Fermarsi e respirare

L'alba a Cape Muroto, isola di Shikoku. Fermarsi a contemplare la meraviglia

“Come fai a stare sempre giro, non è ancora il momento di fermarsi?”

A volte è una domanda diretta, a volte mi arriva per vie traverse. Dentro, o dietro, ci sono un sacco di storie diverse. Quelle di chi chiede, più che la mia. Chi è affezionato alla sicurezza della propria routine quotidiana e non riesce neppure a immaginare di rimbalzare nella stessa settimana da Trieste a Bologna, da Venezia a Torino. Chi prende l’aereo solo per andare in vacanza, e quindi mescola un pizzico di invidia a un accenno di “beata te che te lo puoi permettere”.

È vero – sono stata in giro, ho dormito ben poco a casa, mi sono goduta la scoperta di città mai viste come la meraviglia di città che mi sembrano più belle ogni volta che ci metto piede. Sono stata a Malta e a Berlino, solo bagaglio a mano e filosofia no frills, ostello, mangiare nei mercatini e arrivare ovunque camminando.

Il primo anno da freelance è stata una costante sperimentazione di contatti e contenuti, per capire cosa sapevo fare, cosa potevo imparare e soprattutto in che direzione volevo continuare a esplorare,

Quest’anno ho iniziato a ridefinire il modo in cui posso e voglio lavorare.

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Storie del Buongiorno per Bambine che realizzano i loro Sogni – Monica, apprendista libraia

“Ho una novità! Torno a casa e in anticipo!”

Un messaggio un lunedì sera qualunque, un messaggio che migliora subito la settimana: quello di una nuova Bambina che fa un passo verso i propri sogni.

Ne ho incontrate molte, negli ultimi tre anni. Quando ero in azienda, le osservavo ammirata, chiedendomi se un giorno lontano lontano anche io avrei potuto essere una di loro. Erano quelle che avevano già spiccato il salto, che erano uscite dal sentiero tracciato.

Che avevano scelto.

Con loro mi affacciavo dietro le quinte, nelle oscillazioni tra il dubbio e la felicità, tra i piccoli successi e le delusioni che ci sembrano enormi.

Ogni storia che avevo raccolto, però, cominciava “dopo”. A volte solo dopo il primo passo, altre dopo un percorso di mesi o anni.

Monica invece l’ho incontrata prima di tutto questo.

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Se aspetti la tua vocazione, inizia ad ascoltare

In cima all'isola di Kashima per suonare e ascoltare il suono della campana

Sono ormai tornata da quasi due mesi, e le settimane in Giappone sembrano, per certi versi, un ricordo sfumato. D’altra parte credo possano esserci poche cose tanto differenti quanto il ritmo del cammino e la mia vita milanese.

Da un lato giornate in cui il tempo rallenta e si riempie di un gesto che, alla fine, non raggiunge alcuno scopo concreto, riportandoti addirittura all’esatto punto da cui eri partito. Dall’altro un metronomo che scandisce un ritmo che dall’allegro-andante può arrivare senza preavviso al fortissimo, una città in cui il tuo valore si rapporta alla velocità di risultato che riesci a portare.

Qualcosa però, è rimasto nel profondo. Non è semplice spiegarlo, perché raccontare se stessi fa sempre sentire in bilico tra il desiderio di condivisione e il rischio di suonare arroganti. E perché quello che dentro senti con chiarezza sembra annacquarsi in parole che vorresti veder maneggiare con più cura.

La differenza tra quello che faccio, e quello che sono.

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Cosa vuoi fare da grande?

Da bambina alla domanda “Cosa vuoi fare da grande?” restavo muta.

Nei colloqui a “Come si immagina tra cinque anni?” non sapevo cosa rispondere.

Eppure una volta entrata nel mondo del lavoro sembrava avessi trovato rapidamente la mia strada, ogni volta che emergeva un nuovo progetto mi proponevo, sono stata promossa a posizioni interessanti.

La verità, però, è che ho sempre rischiato poco, perché cercavo prima di tutto di evitare il fallimento.

Ci raccontiamo storie di quanto gli altri siano più coraggiosi di noi, di come per loro sia più semplice fare scelte contro corrente, perché loro ci sono nati, con quella determinazione. Tutte storie.

Abbiamo tutti paura.

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Io ballo da sola

Shikoku_Cape Muroto_Sunset

La seconda parte del Cammino, quella che attraversa la prefettura di Kochi, è chiamata Shūgyō – indica cioè un passaggio di austerità e disciplina. Guardavo la mappa, e mi chiedevo perché.

Certo, in confronto ai giorni precedenti, in cui la contiguità dei numerosi templi cittadini aveva permesso un’abbuffata di ben 22 soste in una sola settimana, qui le distanze si fanno ben diverse. Se già la città ha via via lasciato spazio a un paesaggio più rurale, di risaie e abitazioni che sembrano cristallizzate al Periodo Edo, adesso si prospettano orizzonti silenziosi a perdita d’occhio.

Guardo la linea dei passi futuri, che sembra giocare con la linea costiera, e mi chiedo –

Una volta sopravvissuta ai primi henro korogashi, quale durezza può derivare dal mare?

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