Dimostrazione per assurdo di decisioni incerte

Arianna mi manda un’email un’ora prima del nostro appuntamento, scrivendo che mi allega gli esercizi che ha fatto, anche se “non c’è niente di tutto quello che mi hai chiesto”. Quando ci vediamo, mi racconta che continuava a guardare le domande, e a chiedersi quale fosse la risposta giusta. Nel dubbio dell’incertezza, l’unica soluzione possibile le era sembrato non rispondere.

Che si parli di noi come individui, come parte di un gruppo o del contesto più allargato, è evidente che in questo momento il mondo ci appare più incerto che mai, e la tentazione di stare fermi ad aspettare (Che cosa? Boh, qualcosa, qualsiasi cosa) a tratti sembra irresistibile.

Eppure sono anni che ci ripetevamo che il mondo moderno è VUCA – uno di quegli acronimi comodi come un marchio per identificare le competenze necessarie per affrontare il contesto in cui ci muoviamo: volatile, incerto, complesso, ambiguo.

Ma le definizioni, si sa, da sole portano poco lontano.

Torno a un pezzo di Annamaria Testa uscito sulla soglia di quello che la maggior parte di noi non si rendeva conto essere un passaggio di non ritorno. Un pezzo sull’incertezza, che ci aveva investito ma che ancora non avevamo del tutto riconosciuto. Sulle alternative per affrontarla, e su come la maggior parte delle strategie non sia in realtà efficace.

Ecco, nove mesi dopo mi pare chiaro.

L’incertezza, quella fuori, è più che mai presente. E sull’incertezza, quella dentro, non abbiamo fatto un gran lavoro.

Alcune strategie le applicavamo da prima, e sono quello specchio deformante per cui la nostra epoca ci appariva tanto differente dalle precedenti. La scienza e la tecnologia ci avevano convinto di essere quasi invincibili, la pianificazione di un sistema globale ci proiettava verso l’unica direzione di un continuo progresso.

Altre sono diventate ancor più la nostra coperta di Linus: ci siamo via via ripiegati su noi stessi, sul nostro bisogno di riferimenti coerenti con la nostra mappa mentale.

Abbiamo preteso risposte certe, e soprattutto che fossero le risposte che ci avrebbero riportato in quel “prima” che conoscevamo.

Mi affascina osservare gli altri, e me stessa. In situazioni “normali”, e ancora più oggi.

Osservare come principi elementari, che davamo per scontati, siano in realtà essenziali per ricalibrarci, perché non erano poi così scontati, a quanto pare. 

Gran parte della nostra comunicazione era già spostata verso il digitale, tra email, chat e la fruizione di contenuti online ormai del tutto integrati nel nostro quotidiano. Ma quando la nostra vita “analogica” è stata limitata, stretta tra le mura di casa o entro i confini comunali, separata dal resto del mondo da uno schermo che da finestra aperta all’esterno sembra invece essere diventato più che altro una barriera, ecco che qualche dubbio ci è venuto.

Ci vediamo, ci parliamo, ma ci sembra di non poter sentire davvero.

Non so se sia per questo che l’incertezza sembra averci travolti. Perché abbiamo perso per strada una delle risposte chiave allo stress, al pericolo. Quella di unirci, di sostenerci. Di riconoscerci nella “common humanity”, ovvero la consapevolezza di condividere con gli altri essere umani il costante senso di limitatezza e dubbio, che Brené Brown mette al centro della capacità di costruire una reale connessione con l’altro.

Siamo inermi, insicuri, incerti.

Cambiamento significa accettare (ciò su cui non abbiamo il controllo) e agire (per trovare alternative).

Perché, appunto, l’evoluzione è adattamento. Perché lo stress è un segnale che ci invita all’azione. Perché con la nostra incertezza possiamo solo provare a imparare a negoziare la strategia più sostenibile.

Le parole che hanno preso spazio in questi mesi sono un altro modo di raccontare quello che succede. Fuori, dentro.

Incertezza.

Accettare.

Prospettiva.

Cambiamento.

Ripensare.

Futuro.

Cosa manca? Forse manca la speranza.

E no, non voglio essere (solo) un’ottimista (anche se sì, lo sono, e voglio continuare a esserlo). Anzi, come sostiene la psicologa sociale Gabriele Oettingen, credo anche io che il concetto di pensiero positivo vada ripensato.

Speranza come processo cognitivo, come scelta consapevole, come percorso che si impara, si applica, si agisce giorno per giorno.

Perché, nell’incertezza, la speranza è ciò che ci permette di mantenere la capacità di fissare obiettivi, di immaginare i percorsi per realizzarli, di avere fiducia nella propria possibilità di cambiare le cose.

Insomma, il dove, il come, il perché.

E come la Oettingen spiega nel suo libro “Rethinking Positive Thinking: Inside the New Science of Motivation” la perseveranza di perseguire i nostri progetti si può allenare proprio con questo nuovo modo di intendere la speranza, ovvero un processo che può essere racchiuso nelle quattro lettere WOOP.

Partire immaginando, partire dal desiderio (wish). Come ci vogliamo sentire, la direzione verso cui tendiamo, i valori che ci muovono.

Capire quale risultato concreto (outcome) ci avvicina alla situazione che desideriamo. Pensare al percorso dopo aver identificato la destinazione, e non buttarci a capofitto come troppo spesso tendiamo a fare.

Perché qui sta la differenza del metodo. Sottolinea i lati negativi del pensiero positivo, oltre ai suoi vantaggi: primo fra tutti il rischio di sottovalutare il tempo e la fatica che serviranno per raggiungere un obiettivo. Per quanto plausibile e nelle nostre capacità.

La Oettingen ci suggerisce allora di agire attraverso il cosiddetto contrasto mentale, l’abbinamento funzionale di desiderio e ostacolo (obstacle, appunto): cosa voglio, cosa mi potrebbe frenare – e soprattutto, come posso superare questo limite?

Ecco allora che il passaggio finale è quello di pianificare (plan) una risposta dettagliata agli ostacoli che prevediamo.

Non un volere, non un pensare. Ma un agire ben chiaro, un “Se…allora.

Certo, nell’incertezza questo può risultare più complicato, può portare addirittura a perderci nell’immaginare le infinite combinazioni di potenziali scenari che potrebbero rovinare i nostri progetti. Per questo bisogna agire prima. Tornare alle basi, tornare a quello che sappiamo.

Alle nostre vulnerabilità, quelle che pensiamo possano essere il nostro limite.

Mentre sono la nostra identità profonda, la nostra scelta di essere noi stessi.

La felicità e il successo non sono chimere, mete lontane, cose da ottenere. Sono una mera scelta. Si tratta solo di decidere se vogliamo farla o no.

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