Il desiderio è il mio cammino e la tempesta la mia bussola (Joumana Haddad)

Non credo di aver mai viaggiato tanto come quest’anno. Sarà che nel precedente ero rimasta praticamente ferma, un po’ perché reinventare la propria vita richiede tutte le energie a disposizione per definire nuovi punti di riferimento, un po’ perché ero talmente presa dall’osservare il mondo che cambiava intorno a me, e il cambiamento che vivevo in mezzo a questo turbine, che quasi avevo scordato il desiderio di cercare la prospettive di latitudini diverse.

Quest’anno sono stata a Malta, Berlino e Bilbao.

In Giappone e in Texas.

A Torino e Trieste, Bologna e Venezia, Genova e Trento, Rimini e Firenze. 

Sto sperimentando la vita che volevo, quella per cui ho scelto di lasciare il lavoro in azienda e di esplorare un modo alternativo di fare le cose. Quella in cui ho imparato a distinguere tra raggiungere un obiettivo (che però magari è di qualcun altro) e darsi un obiettivo (e, subito dopo, concretizzarlo).

Per certi versi questo è stato un anno di grande successo. Per altri, ho ancora un sacco di passi da fare.

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#seguilatuabussola – Ciò che scegli è ciò che diventi

Quando ad agosto, in un tuffo nel passato di famiglia, ho scoperto che il mio bisnonno era un geografo e ho trovato il suo (nel senso che era uno degli autori) atlante appuntato a mano, mi ero ripromessa che stavolta avrei fatto il lavoro per bene.

A ogni partenza, mettere nello zaino la mappa della strada che sto per percorrere è diventato un rito.

Invece quando sono partita per Houston, avevo solo una riga a pennarello che tracciava il contorno del Texas , una macchina affittata per qualche giorno e nessun itinerario preciso, solo un punto di arrivo quasi al confine con il Messico dove avrei trascorso una settimana a studiare.

Ma ero contenta di avere con me quel foglio perché avevo deciso che con il passare dei giorni, dei chilometri e dei luoghi, sarebbe diventato la mia mappa delle parole belle.

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La leadership e il coraggio di cambiare

Non so se ho sempre avuto una passione per le parole, o se è venuta con il tempo e con il lavoro che sono capitata a fare. Persone ogni giorno nuove che mi parlavano di sé, fin da quando facevo colloqui seduta nel front office di un’Agenzia per il Lavoro, persone ogni giorno diverse in tutto quello che è successo dopo. Ho sempre trovato naturale, mentre ascoltavo, prendere appunti su ciò che mi appariva importante, che mi diceva qualcosa. Riportare le parole che sembravano risuonare maggiormente, non perché fuori contesto, ma per come erano pronunciate. Scelta, successo, ambizione, soldi, leadership, famiglia. Ne ho sentite a decine, negli anni. 

Mai scelte per caso.

Dire che le parole costruiscono il nostro mondo non è un’esagerazione. Non in senso letterale, certo. Ma raccontano in modo più chiaro di quanto possiamo immaginare quello che nel tempo abbiamo inconsciamente fatto nostro, i limiti che vediamo o che ci imponiamo da soli, la visione della vita e delle persone con cui abbiamo a che fare. Forse è anche questo che mi ha attratto della ricerca di Brené Brown, e che mi ha portato fino in Texas per studiare e certificarmi con lei.

Perché nel mondo del lavoro il bisogno di riappropriarsi del senso delle parole è forse più urgente che mai.

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#seguilatuabussola – Texas, nuvole e vulnerabilità

È la terza volta che passo per il Texas, ma non posso certo dire di conoscerlo. Forse di avere raccolto qualche tessera in più del puzzle, ma non so se questo fa più chiarezza, o più confusione.

La prima volta ci sono arrivata per partecipare a un matrimonio. Che si sa che sono allergica a tutte le cerimonie, e in realtà io gli sposi nemmeno li conoscevo. Ma figuriamoci se mi facevo scappare l’opportunità: Dallas, la comunità italo-americana, le enormi case dei suburbs, i festeggiamenti fino a tarda notte.

La seconda volta ero a nord, lungo la traccia della Route 66, attraverso cittadine che si aggrappano alla nostalgia di un passato di vacanze fatte caricando la famiglia in auto e guidando giornate intere, di un’iconografia pop che cerca di sopravvivere nei motel restaurati e nei menu dei diner, lungo una strada uguale a se stessa da mezzo secolo.

E stavolta, la terza, non lo so ancora cosa cercavo nelle centinaia di miglia che ho percorso andando sempre più a ovest. Partendo da svincoli a otto corsie, attraversando pianure interrotte da edifici simili a sogni, o miraggi, arrampicandomi fino al buio per vedere le stelle, rincorrendo la meraviglia che solo la natura mi sa regalare.

Di certo so che sono venuta fin qui per Brené Brown.

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Perfetti ma non troppo

[dalla newsletter di Brené Brown]

La decima volta che rileggo la frase. Forse potrei trovare un sinonimo, forse non ha il ritmo giusto. Non sono io che parlo, lo so, ma il perfezionismo, con la sua espressione scettica e lo sguardo di chi pensa non arriverai da nessuna parte.

Perfezionismo è una parola dalle mille sfaccettature.

Sembra abbia una definizione differente per ogni persona con cui parli. C’è chi lo identifica come modello positivo, volto a raggiungere il miglior risultato possibile. Chi mette in evidenza i rischi della ricerca costante di un ipotetico ideale che, ovviamente, è destinato a sfuggirci costantemente. Addirittura nel linguaggio medico identifica una vera e propria patologia, una “tendenza nevrotica che può impedire all’individuo di attuare cose relativamente semplici perché il suo narcisismo e la sua autocritica spostano costantemente tale attuazione verso obiettivi ideali irraggiungibili” (non ci vanno leggeri).

Noi donne, poi, tendiamo ad avere una lunga lista di temi che scatenano il nostro perfezionismo.

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