Ripartire dal principio, e dai principi ( della comunicazione)

È stato un settembre forse complicato, di certo inedito. Non mi ero mai resa conto fino in fondo quanto dessi per scontato che settembre sarebbe arrivato con la sua efficienza a dirmi cosa fare

Invece no, ogni mattina dovevo ripartire dal principio.

Sedermi al computer non perché  avessi qualcosa da fare, ma perché decidevo di fare qualcosa. Ripartire per scelta e non per abitudine, darmi la spinta tutta da sola.

Che, per una libera professionista, dovrebbe essere una cosa abbastanza scontata, lo ammetto. Non ci sono riunioni a cui vieni convocato, o obiettivi che ti vengono assegnati. Ma, una volta che l’attività è stata impostata, di solito ci sono progetti in corso, incontri fissati, risposte da dare, o da ricevere. Stavolta, però, mi mancava questa cornice di riferimento.

E a lungo andare, muoversi senza cornice di riferimento è come procedere senza bussola. Il “confondere il movimento con il risultato”, a cui già di mio sono fin troppo affezionata, rischia infatti di diventare una certezza.

La cosa strana è che lo sapevo, lo sapevo benissimo. Lo sapevo perché è il mio lavoro, aiutare gli altri a osservare la zona cieca che, pur di non affrontare il vero nodo della questione, ti attira verso l’azione a ogni costo, o ti paralizza (il risultato alla fine è lo stesso). Lo sapevo perché sono mesi che sto lavorando per sistematizzare quello che ho studiato e affinato in questi ultimi cinque anni, e derivarne un (per)corso online che aiuti esattamente a fare questo, a vedersi, a proiettarsi, a ripensare il proprio futuro

Ma la teoria è una cosa, la pratica (soprattutto su se stessi) tutta un’altra.

E io dovevo ripartire da capo.

All’inizio, è andata come mi aspettavo. Da un lato la fatica, dall’altra la curiosità. Gli stessi elementi che mi aiutano quando lavoro con gli altri – la capacità di essere costantemente affascinata dalla varietà delle reazioni umane, il tentativo di decodificare i meccanismi che stanno dietro a una reazione, a un automatismo – valgono anche quando sperimento uno strumento su di me.

Anzi, vi prego, ditemi che è così anche per voi. Che anche voi a volte vi osservate come se vi vedeste, sconosciuti e incomprensibili, per la prima volta.

Ripartire da capo, dalla lezione uno, e ritrovarmi allo stesso tempo immersa nella fatica di comprendere e completare gli esercizi, e dall’altra quasi distaccata a osservarmi, riconoscendo i sabotaggi e gli ostacoli che mi pongo da sola.

È stata una rivelazione.

Anche se quelle pagine le ho scritte io, anche se gli esercizi li ho messi in sequenza cesellandoli uno a uno, essere dall’altra parte me li ha fatti scoprire con la stessa intensità, come se li vedessi per la prima volta. Non è un caso, immagino, che si dica sempre quanto la scrittura sia uno strumento potente. Pensare, ragionare, sezionare i nostri dubbi può essere utile.

Ma solo quando le parole diventano segno, nero su bianco, iniziano davvero a esistere e a poter essere trasformate in azione.

Prima ha iniziato a riapparire la cornice – e questa se vogliamo è la parte semplice, perché se nel nostro percorso abbiamo identificato cosa conta per noi e cosa vogliamo essere, anche circostanze straordinarie come quelle attuali non cambiano la sostanza della nostra visione. Quando si è trattato però di metterci all’interno i pezzi di puzzle  necessari a comporre i dettagli del disegno, le cose si sono fatte più complicate. E qui ho capito che ancora non c’eravamo.

Dovevo ripartire dal principio, ma ancora più da lontano. 

L’intuizione mi è arrivata preparando un corso sulla collaborazione, in particolare sulle dinamiche dei team a distanza. Quando ho iniziato a lavorare come freelance, in effetti, la domanda che mi facevo più spesso era: come sarà, lavorare senza un team di riferimento? Che, certo, l’ho sempre detto che sono un battitore libero, e la capacità di agire in autonomia non mi manca (anzi). Ma il confronto, le idee che puoi cogliere e i punti di vista che puoi offrire, gli spunti da cui imparare, gli scontri che a volte sono necessari per superare le convinzioni a cui sei troppo affezionato, dove li posso (ri)trovare?

Sono quelli, i pezzi che mi mancano di più.

Seduta in casa posso essere ovunque. Posso fare una sessione individuale o tenere una lezione a un gruppo, posso presentare una proposta a un cliente o collaborare a progettare un intervento. Senza nemmeno mettere le scarpe, senza dovermi preoccupare dell’ombrello.

Poi però rileggo gli assiomi della comunicazione di Watzlawick, e mi chiedo se sia veramente così.

Ripenso alla chiara sensazione che molte delle informazioni e degli scambi siano nell’aria, che si producano per il solo fatto di stare nella stessa stanza, senza bisogno che ce ne preoccupiamo. E quanto oggi invece questo processo debba diventare strettamente intenzionale, cercato, voluto.

Non si può non comunicare, certo (principio uno). Le parole che scegliamo, il tono e la velocità con lo pronunciamo, le pause di sospensione. Ma se il silenzio non si colloca all’interno della conversazione, bensì nel ben più ampio distacco fisico di quando non siamo online?

Ecco allora che l’aspetto relazionale della comunicazione (principi due e tre) assume tutta un’altra rilevanza. Prendere contatto con l’altro diventa un gesto che ha un valore in sé, abbiamo maggior bisogno di sentirci cercati e carichiamo di significato il contatto, come dimostrazione del nostro interesse per l’altro.

Del rischio di scegliere strumenti di comunicazione che non sfruttano l’intera gamma di codici a nostra disposizione (principio quattro) dovremmo essere espertissimi.

Dovremmo, appunto. Invece ci ostiniamo a usare le email, o whatsapp, per qualsiasi scambio, come se l’espressione del volto, i gesti, l’inflessione della voce fossero solo un accessorio. A volte perché ci accontentiamo, a volte perché crediamo sia la strada più facile, a volte (ed è la situazione peggiore) perché in tutta onestà li riteniamo uno strumento adeguato.

Se ci va bene, non ci capiamo. Se ci va male, può essere un disastro.

[se poi volete la mia opinione sui messaggi vocali (perfetti per l’assioma cinque, a proposito di complementarità e rapporti di potere nella comunicazione), parliamone. Ma magari un’altra volta]

E no, non parlo solo di come comunicare meglio al lavoro.

Anzi.

Parlo di quei pezzi di puzzle che completano il nostro mondo. Di approfittare di tutto quello che abbiamo sfrondato, e della luce che lascia filtrare, e che illumina quello che resta.

Quello che teniamo, quello a cui teniamo.

Il principio in cui ritrovarci, e da cui ripartire.

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