Prospettiva di un labirinto

Ogni tanto capita. A me è capitato a fine anno.

Bloccata a casa da un piccolo infortunio sportivo, ne avevo approfittato per delineare i miei progetti per il nuovo anno. Ho bisogno di mettere mano a fogli e pennarelli, di creare una mappa colorata e tangibile che concretizzi in un piano da realizzare quelli che fino a quel momento erano idee, sogni, immaginazione.

Poi però, forse come l’inverno che è arrivato trafelato con la sua nebbia, le cose che sembravano così chiare lo sono diventate molto meno.

Anzi, a dirla tutta, all’improvviso quella che fino a un attimo prima mi sembrava una traccia ben chiara, si è rivelata un intrico che non riuscivo a distinguere, un nodo che non riuscivo a dipanare.

Un labirinto in cui non mi ero nemmeno conto di essere entrata.

Che poi, in un labirinto puoi vedere i due opposti: la rappresentazione della difficoltà di trovare una via d’uscita, e quindi la paura del fallimento, della mancata realizzazione della nostra direzione. O la massima rassicurazione, perché nel labirinto una via d’uscita esiste sempre, basta avere la perseveranza necessaria a trovarla.

La fascinazione che provo per il labirinto è fatta proprio di questa dualità, quasi un riflesso delle dicotomie apparentemente inconciliabili che osservo in me stessa.

Scegliere o accogliere, agire o attendere, prendere in mano la situazione o fermarmi a osservare.

Sono abituata a pensare in termini di o/o, a dare per scontato di dover scegliere un’opzione e rinunciare a un’altra.

E se invece la soluzione fosse, banalmente, capire che possiamo essere sia una cosa che il suo opposto?

È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un’altra prospettiva. Anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovete provare” (L’attimo fuggente)

Non posso dire che in Australia non ci volevo andare, ma quando ho comprato il biglietto ho pensato che non era il momento che avrei scelto per partire. Lo scorso anno avevo già viaggiato tanto, e in posti così differenti tra loro da avere addosso impressioni, domande, riflessioni che non avevo (e non ho) avuto il tempo di elaborare o assimilare del tutto. 

Viaggiavo per rivedere mia sorella, e quindi partire andava bene comunque, e non ci avrei rinunciato per niente al mondo.

Non sapevo che partivo anche per trovare una nuova prospettiva.

Perché il labirinto può sembrare minaccioso, quando quello che riesci a distinguere, standoci dentro, è solo la parete di fronte a te.

Solo che quando hai paura stai fermo, e se stai fermo non fai l’unica cosa che serve per uscire da un labirinto. Provare.

Andare per tentativi, soffermarsi il tempo necessario a conoscere le opzioni, osservare per distinguere i tratti già percorsi e che non ti portano da nessuna parte da quelli ancora da esplorare.

Forse, ancor più per chi come me vive molto nella testa, per cambiare prospettiva è necessario spostare anche il proprio corpo dalla posizione consueta.

Non sto dicendo che per capirci qualcosa dovevo per forza andare dall’altra parte del mondo. Ma prospettiva deriva da prospicĕre e significa «guardare innanzi». In questo caso, alzare lo sguardo dallo schermo del computer (che è rimasto a casa), volgere lo sguardo tutto attorno, cogliere dettagli e seguirli senza darsi risposte prima del tempo.

Perché, come il labirinto, anche la prospettiva ha in sé un’intrinseca dualità.

Lo spazio che apre ma anche, da un punto di vista geometrico, la chiarezza e la struttura di regole che ci permettono di rielaborare un’immagine reale riportandola su una superficie piana nel modo più fedele possibile.

Per l’Australia sono partita con in testa delle domande, a cui in realtà non avevo così tanta voglia di pensare. Ma, a quanto pare, aveva proprio ragione Schopenhauer a dire che

La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti per l’occhio, li ingrandisce per il pensiero.

Da lontano, in prospettiva, le cose sembrano molto semplici, molto chiare.

Cosa mi serve? Cosa conta davvero? Cosa mi fa stare bene e cosa invece cerco per abitudine, perché si fa così, perché credo che qualcuno se lo aspetti, perché ho paura di perdere un’occasione?

Cosa scelgo per desiderio, cosa per paura?

La prospettiva è la differenza tra le cose che ti succedono e come tu decidi di interpretarle, o di reagire. 

Mentre ero in Australia sono successe delle cose. Là, o qua, poco importa. Quel che è certo è che il fatto di essere fuori dalla mia scatola consueta le ha rese diverse. Forse perché per una volta non erano scritte ordinatamente su un foglio, come gli impegni e la to-do-list dell’agenda.

Le cose che succedono quando sei in viaggio sono tridimensionali, anzi fatte di tutti quanti sensi.

Sono il silenzio di una notte dove sei solo con le stelle, l’odore acre degli incendi che porta con sé l’angoscia e la paura, le onde salate che si infrangono sopra la tua testa.

Non credo sia un caso che questa volta non abbia viaggiato da sola.

Ripenso al mio labirinto, quello della Cattedrale di San Martino Lucca, e alla scritta che lo affianca.

Questo è il labirinto costruito da Dedalo cretese, dal quale nessuno che vi entrò poté uscire, eccetto Teseo aiutato dal filo d’Arianna.”

Va bene rimboccarsi le mani, agire, non aspettare che qualcuno ci venga a salvare.

Ma nel labirinto non dobbiamo per forza essere soli.

All’altro capo del filo c’è qualcuno. C’è qualcuno per noi.

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