Nella palude del cambiamento

Una barca nel centro del Peru - Huancayo

Chi lo ha detto che il cambiamento è difficile? Cambiare è semplicissimo: ci pensi per giorni o settimane, valuti tutte le possibili alternative, soppesi i pro e i contro. Poi prendi una decisione ed ecco, tutto succede in un lampo. Hai detto sì, hai detto no, hai aperto la porta e sei entrato o l’hai chiusa dietro di te senza voltarti. 

Scatta un momento in cui non hai più dubbi o non hai più scelta, in cui sei pronto a decidere o qualcuno ha deciso per te. 

In ogni caso, che tu ci abbia pensato per un minuto o per un anno, il cambiamento avviene in quell’istante, e poi niente sarà come prima.

Tu non sarai più come prima.

Solo che il cambiamento è solo una parte dell’equazione.

Il difficile è quello che segue, è il passaggio necessario a rimettere tutto il resto in equilibrio.

La transizione, che è quella di cui si parla meno.

Perché il cambiamento è la parte della storia che cattura lo spettatore, è il colpo di scena o la catastrofe. È l’inizio, e tutti speriamo negli inizi, nella loro energia e nel loro colore.

La transizione è grigia, lunga, sempre uguale a se stessa.  

Abbiamo cambiato accettando l’incertezza, lasciando ciò che conoscevamo a favore di qualcosa di nuovo. Ma per quanto abbiamo valutato tutte le possibilità (e conosco campioni nell’immaginare ogni eventuale conseguenza delle azioni, proprie e degli altri), spesso confondiamo la nostra sfera di influenza (cioè le cose su cui possiamo agire) con la sfera di coinvolgimento (cioè il contesto che non possiamo controllare).

Ci troviamo incastrati in mezzo, tra quella consapevolezza che una volta emersa non si può più zittire e tutto il resto, che pensavamo di avere sotto controllo e che invece sembra scivolarci di mano.I

Ci fa sentire tranquilli, l’illusione di aver messo in ordine tutti gli elementi, di aver studiato il percorso e quindi di avere la sola responsabilità di seguire una sequenza definita di passi.

Peccato che sia, appunto, un’illusione. 

Non possiamo avere la garanzia che ci chiameranno per un colloquio, che il nostro romanzo sarà pubblicato, che saremo scelti per un progetto che sembra fatto per noi. Per affrontare la transizione che segue il cambiamento serve un sacco di energia, e allora tanto vale utilizzarla al meglio per non perdersi in quella che sembra una palude nebbiosa e scoraggiante.

Mettere tutto l’impegno nella direzione che ci porta a diventare la versione migliore di noi stessi.

E questo vale per il cambiamento che subiamo come per quello che scegliamo: nel primo caso partiamo da un senso di fastidio e resistenza, nel secondo da euforia e curiosità. Ma prima o poi ci scontreremo comunque con ciò che non avevamo previsto, o che credevamo di poter gestire.

Siamo nel dip, quella buca oscura e profonda da cui ci sembra di non poter uscire.

E allora che si fa? Non possiamo evitare il percorso accidentato del cambiamento, ma possiamo agire d’anticipo per imparare ad attraversarlo e trovare la via d’uscita il più velocemente possibile.

  • Ricordati perché sei partito

Quando parti con entusiasmo, scriviti nero su bianco il perché del tuo cambiamento. Cosa ti aspetti da un nuovo progetto, perché hai deciso di iscriverti all’università “da grande”, perché hai cambiato casa o lavoro o vita. Qual è il punto di arrivo di questa partenza, chi ti permette di diventare? 

  • Impara a distinguere le indicazioni –

Quando ascolti la tua voce interna, prova a farlo come se parlasse di qualcun altro. Cerca di sezionare l’aspetto emotivo e quello razionale. Ti dice che non stai combinando niente perché davvero sei fermo o per l’ansia di arrivare? Ti dice che stai sbagliando perché ne sa qualcosa o solo perché esporsi e non essere perfetti fa sempre paura? Chi ti circonda può sembrarti sicuro, ma non è detto lo sia così tanto come credi.

  • Scegli i tuoi compagni di viaggio

Dicono che siamo la somma delle cinque persone con cui trascorriamo più tempo. Allora probabilmente vale la pena sceglierle bene; e se non sempre possiamo farlo del tutto, possiamo decidere quanto vogliamo condividere i nostri dubbi e le nostre paure. Connetterci per sentirci protetti, non esposti.

Perché il cambiamento può essere semplice, se non ti convinci di essere da solo mentre attraversi la palude.

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