La leadership e il coraggio di cambiare

Non so se ho sempre avuto una passione per le parole, o se è venuta con il tempo e con il lavoro che sono capitata a fare. Persone ogni giorno nuove che mi parlavano di sé, fin da quando facevo colloqui seduta nel front office di un’Agenzia per il Lavoro, persone ogni giorno diverse in tutto quello che è successo dopo. Ho sempre trovato naturale, mentre ascoltavo, prendere appunti su ciò che mi appariva importante, che mi diceva qualcosa. Riportare le parole che sembravano risuonare maggiormente, non perché fuori contesto, ma per come erano pronunciate. Scelta, successo, ambizione, soldi, leadership, famiglia. Ne ho sentite a decine, negli anni. 

Mai scelte per caso.

Dire che le parole costruiscono il nostro mondo non è un’esagerazione. Non in senso letterale, certo. Ma raccontano in modo più chiaro di quanto possiamo immaginare quello che nel tempo abbiamo inconsciamente fatto nostro, i limiti che vediamo o che ci imponiamo da soli, la visione della vita e delle persone con cui abbiamo a che fare. Forse è anche questo che mi ha attratto della ricerca di Brené Brown, e che mi ha portato fino in Texas per studiare e certificarmi con lei.

Perché nel mondo del lavoro il bisogno di riappropriarsi del senso delle parole è forse più urgente che mai.

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#seguilatuabussola – Texas, nuvole e vulnerabilità

È la terza volta che passo per il Texas, ma non posso certo dire di conoscerlo. Forse di avere raccolto qualche tessera in più del puzzle, ma non so se questo fa più chiarezza, o più confusione.

La prima volta ci sono arrivata per partecipare a un matrimonio. Che si sa che sono allergica a tutte le cerimonie, e in realtà io gli sposi nemmeno li conoscevo. Ma figuriamoci se mi facevo scappare l’opportunità: Dallas, la comunità italo-americana, le enormi case dei suburbs, i festeggiamenti fino a tarda notte.

La seconda volta ero a nord, lungo la traccia della Route 66, attraverso cittadine che si aggrappano alla nostalgia di un passato di vacanze fatte caricando la famiglia in auto e guidando giornate intere, di un’iconografia pop che cerca di sopravvivere nei motel restaurati e nei menu dei diner, lungo una strada uguale a se stessa da mezzo secolo.

E stavolta, la terza, non lo so ancora cosa cercavo nelle centinaia di miglia che ho percorso andando sempre più a ovest. Partendo da svincoli a otto corsie, attraversando pianure interrotte da edifici simili a sogni, o miraggi, arrampicandomi fino al buio per vedere le stelle, rincorrendo la meraviglia che solo la natura mi sa regalare.

Di certo so che sono venuta fin qui per Brené Brown.

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Perfetti ma non troppo

[dalla newsletter di Brené Brown]

La decima volta che rileggo la frase. Forse potrei trovare un sinonimo, forse non ha il ritmo giusto. Non sono io che parlo, lo so, ma il perfezionismo, con la sua espressione scettica e lo sguardo di chi pensa non arriverai da nessuna parte.

Perfezionismo è una parola dalle mille sfaccettature.

Sembra abbia una definizione differente per ogni persona con cui parli. C’è chi lo identifica come modello positivo, volto a raggiungere il miglior risultato possibile. Chi mette in evidenza i rischi della ricerca costante di un ipotetico ideale che, ovviamente, è destinato a sfuggirci costantemente. Addirittura nel linguaggio medico identifica una vera e propria patologia, una “tendenza nevrotica che può impedire all’individuo di attuare cose relativamente semplici perché il suo narcisismo e la sua autocritica spostano costantemente tale attuazione verso obiettivi ideali irraggiungibili” (non ci vanno leggeri).

Noi donne, poi, tendiamo ad avere una lunga lista di temi che scatenano il nostro perfezionismo.

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Il dover(ismo) mi chiama

Non credo sia una parola che esiste davvero, ma la prima volta che Manuela l’ha usata non ho potuto che pensare fosse perfetta. Doverismi.

Li conosciamo tutti, anche se magari non li chiamiamo così.

I doverismi non sono costrizioni, che pesano sulle spalle come un giogo sotto cui, a seconda del carattere e del momento, ci divincoliamo per sfuggire o ci incurviamo un po’, per sostenerne meglio il peso. Non sono nemmeno leggi o regole scritte nero su bianco, che se infrante portano delle conseguenze al benessere collettivo o personale.

I doverismi sono molto più subdoli, perché ce li inventiamo noi.

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Il lato positivo delle emozioni negative

Fin dagli anni ’50 si riflette su come la psicologia e la ricerca sulle emozioni possono andare a sostenere non solo situazioni di disagio, ma anche guidare verso meccanismi per una buona salute mentale: ecco così la diffusione della psicologia positiva di Martin Seligman o iniziative come Action for Happiness, no profit inglese che riunisce persone che vogliono contribuire al cambiamento sociale attraverso azioni pratiche in questa direzione.

Così oggi di felicità sappiamo un sacco di cose: che non la possiamo raggiungere da soli ma coltivando le relazioni con chi ci sta accanto, che ha a che fare con lo spazio in cui viviamo e il clima dell’ambiente in lavoriamo, con il movimento e la cura di noi, con la gratitudine e il senso di ciò che facciamo.

Non so a voi, ma a me tutta questa enfasi a volte crea un po’ di ansia. 

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