Libertà e (pre)giudizio

Gennaio è partito come sempre: con l’agenda organizzata e pronta per i progetti pianificati per il nuovo anno.

Poi una alla volta le caselline colorate dell’agenda hanno iniziato a saltare, a slittare, a dileguarsi. Ora, non che la cosa non succedesse anche in azienda: idee che sembravano così interessanti da dover essere realizzare immediatamente – e che invece si sono impantanate chissà dove, travolte dalle urgenze o dai cambi di direzione.

Solo che, quando lavori in proprio, le battute d’arresto sembrano molto più brusche.

Perché in azienda i buchi dell’agenda sembrano riempirsi come per magia. C’è sempre qualcosa da fare, qualcuno che ti chiede una mano. E, nella peggiore delle ipotesi, c’è sempre l’archivio di sistemare. 

Non è che adesso abbia meno cose da fare. Anzi.

Gli spazi liberati dalle attività contingenti dovrebbero essere una manna dal cielo, fondamentali per mettere le fondamenta per i piani a medio o a lungo termine.

Dovrebbero, appunto.

Queste settimane mi hanno dato una conferma, e fatto rendere conto di qualcosa che forse non avevo mai messo a fuoco del tutto.

La conferma è che, essendo una donna del fare, traggo la mia soddisfazione dal risultato. Per sentirmi “a posto” a fine giornata ho bisogno di vedere che ho realizzato qualcosa.

La sorpresa è che questa sensazione di aver realizzato è quasi sempre legata a una conferma, una validazione dall’esterno. Essere stata in aula per tenere una formazione, scrivere e pubblicare un post, fare una sessione di coaching o incontrare un potenziale cliente.

A quanto pare ho bisogno di qualcuno che avvalori quello che sto facendo. Subito, nel momento.

Se invece lavoro su un progetto di respiro più ampio, arrivo a fine giornata e spesso mi sembra di non aver concluso niente.

Forse per l’impazienza di vedere la reazione del mondo. Forse perché so che questa reazione ho una gran paura a cercarla.

Eppure dopo aver lasciato tempo indeterminato, benefit, ruolo e posizione, tutto sommato mi ero convinta di aver fatto pace con quello che la gente può pensare di me.

La paura del giudizio è un meccanismo più complicato di quanto credessi,  evidentemente.

Da un lato c’è quello che, nel suo “La via dell’Artista”, Julia Cameron chiama il nostro essere “artisti ombra”, quella creatività più o meno esplicitamente negata dalle aspettative familiari che ci vogliono più concreti, perché si sa che gli artisti combinano poco, che tanto non siamo dei geni, che saremo condannati ad arrabattarci costantemente tra chissà quanti lavori senza mai essere sicuri di arrivare a fine mese.

C’è chi parla di sindrome dell’impostore, chi lo definisce critico interiore.

Ma di chi è la voce che ci parla, e cosa dice – intendo, cosa dice veramente?

La paura del giudizio, in fondo, è sempre quella che ci fa ripiombare all’adolescenza, alla sindrome del brutto anatroccolo. Al bisogno di mimetizzarci, di rispondere a un modello di conformità che ci faccia sentire integrati.

Persino a costo di rinunciare a una parte di noi, alla priorità di giocare e creare che permea il nostro tempo e la nostra attenzione per tutta l’infanzia e fino a che, appunto, non arriva il giudizio a prendere il sopravvento. 

C’è chi ne ha fatta una lista, delle categorie del senso di inadeguatezza. Degli inneschi che scatenano la vergogna.

I nostri abiti, il nostro lavoro, la nostra immagine. Avere figli, o non averne. I segreti di famiglia. La salute fisica, e ancor più quella mentale. Il sesso, il corpo.

La scorsa settimana sono stata a un evento organizzato da Freeda, progetto editoriale che negli ultimi tre anni si è posizionato come voce delle donne Millennial (e oltre), fuori dai canoni dei media tradizionali, immediatamente riconoscibile per il tono, libero e senza peli sulla lingua, per la scelta di linguaggio, visivo e veloce, senza un sito istituzionale ma con una community in costante crescita aggregata attraverso i suoi canali social

Su Freeda si è detto molto, si è giocato sul percorso professionale dei suoi fondatori (uomini entrambi, per altro) e sui finanziamenti ricevuti per questa fase di start up dall’accelerazione rapidissima, implicando nemmeno troppo velatamente che la missione dichiarata di voler rompere stereotipi e offrire una visione diversa sul mondo femminile fosse in realtà poco più di uno slogan.

Ero curiosa, volevo farmi una mia idea. 

Sicuramente Alice Cancellario, Communication and PR Manager, e Giovanna Miranda, Employer Branding and Talent Communication Specialist, sono giovani, brillanti e non si tirano indietro di fronte alle domande degli studenti che si sono affollati nella sala.

Parlano dell’attivissima community che interagisce, commenta, accoglie o contesta i contenuti che vengono proposti. Parlano di modello di business, obiettivi di crescita, numeri del pubblico e del team italiano, ma anche di quelli spagnoli e della nuovissima sede londinese.

Mi colpisce particolarmente la risposta di Alice a chi le chiede se fare branded content non sia uno scendere a compromessi, svendere in qualche modo i valori e la missione che Freeda dichiara.

Non si tratta di accontentarsi, ma di ascolto, di apertura, di fiducia.

Mantenere la capacità di mettere in discussione le idee, anche quando sono le nostre e, quindi, inevitabilmente ci sembrano le migliori del mondo. Di scegliere di contaminarci con quello che è differente, perché diversity sia un atto concreto e non solo una dichiarazione di moda. Di (af)fidarci a chi ci propone una visione complementare e che non può che arricchire il dibattito.

Mi fa pensare a tutti quei liberi professionisti che faticano a chiedere e ottenere il giusto riconoscimento, anche economico, per il lavoro che fanno, come se si dovesse per forza scegliere tra gli ideali e la concretezza. Che si convincono di doversi accontentare, che cambiare il mondo sia troppo complicato, e allora non vale la pena nemmeno iniziare dal cambiare il nostro mondo.

Non so se Freeda cambierà il mondo. Ma, certamente, non posso che apprezzare la bio con cui si presenta su Instagram.

Dietro ogni grande donna ci sono altre grandi donne. Sono loro che leggono i messaggi prima dell’invio. #freeda

Perché alla fine, non è questa l’essenza della sisterhood?

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