Il mondo dentro, il mondo fuori

Camminano le monache nel chiostro: vanno e vengono, avranno impegni da svolgere, luoghi da raggiungere… come te, i tuoi amici, gli uomini che incontri. Eppure è un camminare diverso, perché tu hai una meta da raggiungere, e poi ne avrai altre, e altre… Le mie sorelle e io siamo già nella meta della nostra vita.”

Da inizio anno ho ripreso a leggere La Via dell’Artista, libro della scrittrice e sceneggiatrice Julia Cameron che parte dall’assunto che essere creativi non sia un talento concesso solo ad alcuni, o un capriccio che la maggior parte di noi deve mettere da parte per diventare un adulto serio e responsabile ma, al contrario, la naturale inclinazione di ogni essere umano, un dono che riceviamo e che saremmo irresponsabili ed egoisti a non mettere a disposizione del mondo.

La prima volta che ho letto questo libro-manuale, e che ho applicato il metodo che propone per “sbloccarci” dal nostro status di resistenza anti-creativa, sono successe almeno un paio di rivoluzioni. 

A forza di scrivere le “pagine del mattino”, sorta di flusso di coscienza con cui la Cameron invita a iniziare le proprie giornate, mi sono resa conto di alcune cose che proprio non funzionavano nella mia vita. E questo ha messo in moto un meccanismo che – con il tempo, con difficoltà, con una fatica immane – ha permesso di attuare una serie di piccoli ed enormi cambiamenti che hanno trasformato la mia vita “da allora” a “ora”.

L’altro esercizio proposto dalla Cameron è il cosiddetto “Appuntamento con l’artista”, ovvero due ore settimanali da dedicare a se stessi per riscoprire quello che ci piace, sperimentarci in ciò che non sappiamo fare, allenare la nostra creatività (soprattutto se siamo convinti di non essere creativi)

Quella volta La Via dell’Artista mi ha convinto ad aprire questo blog.

Non so ancora dove mi porterà questa volta. 

Di pagine del mattino ho già riempito un quaderno, e registro come un osservatore esterno la sottile resistenza che a volte mi impedisce di mettere su carta quello che penso davvero, senza giudizio ma con curiosità, sapendo che come ogni rituale anche questo richiede il suo tempo per diventare parte dello scorrere naturale di ogni giornata.

L’appuntamento con l’artista è una declinazione della libertà della 25esima ora (o forse sarebbe più corretto dire di 169esima ora, dato che si ragiona sull’intera settimana), per cui ho iniziato con entusiasmo a tenere una lista di tutte le cose che voglio fare nei mesi a venire, aggiungendo le nuove idee strampalate che mi vengono in mente, o annotando le mostre che ho intenzione di visitare.

Sia chiaro, l’esercizio non è quello di dedicarsi necessariamente ad attività artistiche, o culturali. Ma il mio modo di ricaricarmi passa il più possibile attraverso la contemplazione della bellezza: quando posso, quella della natura in cui lo sguardo si fonde in armonia con il paesaggio; qui a Milano quella dell’arte, dove lo sguardo segue quello di chi un’opera l’ha creata, e offre quindi il proprio punto di vista sulla realtà.

Di arte non sono una grande esperta, so giusto distinguere il romanico dal barocco, i capitelli dorici da quelli corinzi. In pratica quello che ho imparato alle medie, o poco più. Di arte contemporanea capisco poco e niente, amo la fotografia perché racconta anche se non ne distinguo la tecnica. 

Non ho grandi pretese, e nemmeno troppi pregiudizi.

Quando sono entrata nell’Oratorio della Passione della Basilica di Sant’Ambrogio, però, un po’ di resistenza l’avevo.

Un mondo dentro. Immagini di vita in convento, e in carcere. Monache di clausura e detenute. “Quante persone, come me, si sono chieste quale sia il senso di una vita da recluse?”. Se lo chiede Eliana Gagliardoni, autrice degli scatti. Me lo chiedo anche io, che alla mia libertà non so rinunciare, anche quando il prezzo sembra troppo alto

Osservo le foto. La luce che cade obliqua sulle mani delle monache intente nel lavoro di cucito, la stessa luce che illumina la sartoria del carcere di Bollate. Una tenda come un velo che rende indistinguibile già che sta dentro da ciò che sta fuori.

A essere dentro sono le monache o, al contrario, è lo sguardo della macchina fotografica a essere prigioniero mentre si protende verso il chiostro?

Il confine fisico da cui mi dibatto, rifuggendo ogni limite che mi faccia sentire schiacciata. Stare fuori, l’aria aperta come spazio necessario, lo zaino come limite naturale di ciò che puoi portare con te, del peso che non ti àncora al terreno.

Sorrido e allo stesso tempo rifletto, leggendo le parole delle monache.

Quando la Madre Priora mi chiese di dedicarmi all’iconografia, provai un forte senso di ribellione. Stare chiusa per ore in laboratorio mi pesava, mi sembrava una sorta di reclusione che scatenava in me solo rabbia

Dentro, fuori. Solo punti di vista.

Uscita dalla mostra entro nella Basilica. Era tanto che non ci passavo, e forse era da quando ero bambina che non ci entravo con lentezza, senza pensare al tempo, al prossimo posto dove andare, alla prossima cosa da fare

Mi tornano in mente le parole di Pico Iyer, viaggiatore e scrittore di viaggi, nel suo TED Talk dedicato all’arte di stare fermo

Uno che è stato così spesso “fuori” da capire che “il modo migliore per sviluppare uno sguardo più attento e riconoscente era, stranamente, non andare da nessuna parte, ma restare fermo.” 

Io mi sono allenata tutta la vita a fare, molto meno a essere. Ad andare, quasi mai a stare.

Ma forse davvero questo sarà l’anno in cui scoprire cosa è un viaggio da fermo. 

Quindi, partite pure per la vostra prossima vacanza (…) scommetto che sarà bellissimo. Ma se volete tornare a casa vivi e pieni di speranza, in pace con il mondo, credo che potreste considerare di non andare da nessuna parte.” (Pico Iyer, The art of Stillness)

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