Giusto, sbagliato e il giorno che non esiste

Dell’anno bisestile, in realtà, sapevo solo una cosa.

Anno bisesto, anno funesto – si dice.

In effetti il 2020 non è che sia partito benissimo, con questo coprifuoco per mezza Italia e scene da apocalisse in corso causa timore da virus.

I precedenti? Sono di memoria corta, quando si tratta di quello che non funziona, quindi faccio un po’ fatica a dire come sono andati i precedenti anni bisestili.

Mi sforzo e provo a riavvolgere il nastro.

Del 2004 non ricordo quasi nulla, lo vedo incorniciato dalla morte di Pantani da un lato (chissà perché proprio quella, ma so esattamente dove ero e ricordo ogni dettaglio – come nell’ultimo, bellissimo libro di Fabio Genovesi “Cadrò, sognando di volare” che ho letto nelle scorse settimane) e lo tsunami indonesiano dall’altro.

Il 2008 è stato per tutti l’anno della crisi, con la bolla dei mutui e, per me e per l’azienda in cui lavoravo, lo stupore di scoprire cosa vuol dire frenare bruscamente dopo dieci anni di crescita che sembrava inarrestabile. 

Del 2012 mi viene subito in mente la mancata maratona di New York. Evento eccezionale, l’unica volta nella storia di questo avvenimento sportivo. Ricordo con chiarezza il messaggio di un’amica che mi comunicava la notizia per prima, mentre dopo aver smosso mari e monti ero finalmente atterrata a Philadelphia.

Poteva essere un’immensa delusione, è stata una giornata che non scorderò mai, con una corsa alternativa e autogestita rinominata Run Anyway Marathon.

Il 2016 a una prima occhiata sembra un anno positivo. L’anno in cui ho completato (e per la prima volta raccontato) il cammino solitario lungo la Via Francigena, in cui ho corso la mia migliore maratona e ho scoperto il trail running, in cui ho iniziato il percorso personale che mi avrebbe portato a diventare coach, per poi partire zaino in spalla per il mio trimestre sabbatico Sudamerica e infine prendere il coraggio di provare a costruire qualcosa di tutto mio. 

Però me la ricordo bene, la fatica dietro le quinte.

L’enorme stupore di capire che la mia vita non mi corrispondeva, di provare a tenere insieme i pezzi per poi dover ammettere che non era possibile, che non era (più) quella la strada che faceva per me, di dovermi fermare e interrogarmi perché la verità è che non sapevo esattamente chi ero e cosa volevo fare.

Gli inglesi lo chiamano leap year, l’anno che salta.

Piuttosto prosaicamente perché l’inserimento del giorno extra determina lo slittare dei giorni della settimana che, in questo modo, tra un anno e il successivo compiono (appunto) un salto invece di scivolare semplicemente al successivo. Non voglio limitarmi a questa spiegazione, però. 

Saltare è liberatorio, saltare è vitale. Saltare ci richiede di prendere uno slancio, ci permette di librarci per un istante nell’aria.

E come se gli indizi si fossero messi in fila per indicare la direzione verso cui andare, l’idea si è costruita un pezzo alla volta, spontanea. Un autore di cui quest’anno cade il centenario, una storia che mi aveva affascinato da bambina, la libertà della fantasia, un’isola che non avevo mai visto e che si rivela ancora più affascinante in una giornata dall’atmosfera autunnale.

Anziché come anomalia, ho scelto di vedere il 29 febbraio come un regalo.

Rodari occupa un posto speciale nei miei ricordi. Il meraviglioso applicato al quotidiano, il racconto che nasce da una parola, da un particolare. Le “Favole al Telefono” che ho regalato e che mi sono state regalate, che apro quando voglio sorridere e che sanno farmi sentire a casa quando sono lontana. Così sabato sono stata sul Lago d’Orta, a visitare quell’Isola di San Giulio che avevo scoperto da bambina, leggendo “C’era due volte il Barone Lamberto”.

“Sull’isola di San Giulio c’è la villa del barone Lamberto, un signore molto vecchio (ha novantatre anni), assai ricco (possiede ventiquattro banche in Italia, Svizzera, Hong Kong eccetera), sempre malato. Le sue malattie sono ventiquattro. Solo il maggiordomo Anselmo se le ricorda tutte. Le tiene elencate in ordine alfabetico in un piccolo taccuino: asma, arteriosclerosi, artrite, artrosi, bronchite cronica, e così avanti fino alla zeta di zoppia”.

Un giorno, però, il Barone Lamberto inizia misteriosamente a stare meglio, a camminare più dritto, a ritrovare energia. In una parola, a ringiovanire. La storia segue il mistero di come sia possibile, degli intrighi del nipote Ottavio che vedeva a un passo l’eredità del vegliardo.

Ripenso al racconto sbarcando sull’Isola di San Giulio, oggi occupata da un monastero femminile di clausura: visito la bellissima chiesa, apparentemente disordinata nella stratificazione di stili che vanno dalla metà del Quattrocento al Barocco, mi perdo nei dettagli degli affreschi di storie e leggende, Santi e Profeti. Percorro poi l’unica strada dell’isola, che in senso antiorario prende il nome di “Via del Silenzio”, mentre in senso orario diventa la “Via della Meditazione

Dopo una settimana di serrata e prima di una che si prevede altrettanto sospesa, sembra paradossale che avessi bisogno di solitudine, nebbia, silenzio. Ma come ricorda uno dei cartelli che accompagnano le riflessioni della passeggiata

“Ogni viaggio inizia da vicino”.

E quello che proponeva Rodari, il viaggio che possiamo fare con la fantasia, ci ricorda che la libertà non è necessariamente fatta di azioni o imprese eclatanti, e ha invece molto a che fare con la capacità di riconoscerci, il coraggio di sbagliare e addirittura cercare l’errore come (s)punto di partenza per creare, trasformandolo in qualcosa di nuovo, nell’opportunità di lasciarci stupire, di costruire meraviglia.

Se noi avessimo una Fantastica, come abbiamo una Logica, avremmo scoperto l’arte di inventare“. (Grammatica della fantasia, Gianni Rodari)

La vita del Barone Lamberto va al contrario, e ci ricorda che se forse non possiamo cercare di tornare alla giovinezza in senso fisico, lo possiamo per lo meno fare con la fantasia – tornando a uno sguardo innocente che si apre al mondo con stupore, affrontando gli eventi senza pretendere di avere già le risposte, ricordando che abbiamo ogni giorno qualcosa di nuovo da imparare, che per “diventare bravi” dobbiamo per forza provare, sperimentare, sbagliare, riprovare.

Mi sembra il punto di equilibrio tra quelle parole che mi accompagnano a ogni passo che faccio, allo stesso tempo necessarie e a tratti inconciliabili .

Accettare e realizzare. Fare e essere. Libertà e appartenenza.

“In principio la terra era tutta sbagliata”, forse perché di sbagliato non c’è proprio niente. Come la Nigoglia, l’emissario del Lago d’Orta che scorre verso nord, verso le montagne, a differenza di tutti i fiumi e i torrenti che, disciplinati e ligi alle regole, si dirigono a sud.

Seguire la propria testa, con fiducia.

E scoprire che forse è solo questa la definizione di “ciò che è giusto“.

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