Mi lascio guardare per essere vista

Ho aperto il mio account Instagram il 31 marzo 2017. Non ricordo esattamente da dove mi sia venuta l’idea, dato che fino a quel momento ero talmente poco affine ai social da avere su Facebook meno di un centinaio di contatti. Ma forse perché l’anno prima avevo finalmente fatto un corso di fotografia e comprato la mia prima reflex, forse perché avevo approfondito il tema dello storytelling per immagini, volevo esplorare questo strumento che permetteva di guardare e narrare, vedere e condividere.

Scorrendo le immagini a ritroso vedo passarmi davanti tre anni di vita, e almeno tre modi di usare questo canale.

Le foto ingenue (e in tutta onestà, bruttine) dei primi mesi, la collaborazione con un’agenzia di comunicazione in cui mi erano state insegnate le regole di un profilo professionale perfetto, il momento in cui ho deciso che (tanto per cambiare) avevo bisogno di fare le cose a modo mio.

Quella sequenza di quasi cinquecento foto è una finestra che permette di guardare la mia vita: libri, scorci di Milano in ogni stagione, scarpe da corsa, dettagli di arte e bellezza. Cene con gli amici, risate che riverberano nel mosso dell’immagine, gnocchi impastati oltralpe e mazzi di fiori arrivati dall’altra parte del mondo.

Luoghi, colori, istanti di viaggio.

Una foto al giorno per ciascuna delle avventure che in questi tre anni mi hanno portata in mezza Italia e poi dal Giappone alla Patagonia, del Texas a Berlino.

Oggi la 25esimaora è seguita da un po’ più di 700 persone. Molte non le ho nemmeno mai incontrate.

Il social è uno strumento potente. Ti permette di raccontare una storia, la tua storia. Ti permette di raggiungere chi non ti conosce, e probabilmente non ti avrebbe mai trovato senza questo canale di contatto.

Essere riconosciuta come 25esimaora un po’ mi fa arrossire e un po’ mi fa sorridere. Anche perché – sarò particolarmente fortunata, non so – quasi sempre trovo di fronte a me persone piacevoli, che hanno voglia di scambiare opinioni, mi dicono che si sono riviste in qualcosa che ho scritto, o che se ne sono sentite ispirate. Ho ricevuto domande, fatto chiacchierate virtuali, con qualcuno sono andata anche a bere un caffè. 

Per la mia vanità di narratrice è il massimo. 

Insomma, mi sono goduta il meglio di questo lasciarmi guardare.

Ultimamente, però, mi sono soffermata a riflettere anche sull’altro lato della medaglia. 

Da quando racconto in diretta i miei viaggi, sembra non servano più le serate con gli amici che mi chiedono di raccontare tutto, che vogliono sapere come è andata, che sono curiosi di vedere le foto che ho scattato e di ascoltare gli incontri più curiosi o divertenti. 

Ma il viaggio non si racchiude nella singola immagine scelta per rappresentare una giornata, e non è detto che i giorni che non vengono immortalati nel feed siano passati senza lasciare alcun segno nella memoria.

È inevitabile che la versione raccontata di me sia solo una vista parziale di quello che sono.

Il che non significa che non sia vera, ma è solo una delle prospettive possibili, è solo un riassunto della storia.

Ho iniziato a raccontarmi per avere un filo che mi facesse sentire collegata alla mia famiglia allargata, ma per certi versi ho creato un nuovo filtro tra me e tutto il resto del mondo. Una versione alternativa della vecchia corazza, una membrana illusoriamente trasparente, che mantiene invece la distanza da chi vorrei vicino. 

La differenza tra essere guardata ed essere vista.

Avevo già riflettuto sull’asimmetria dei rapporti nell’era del social, ma di solito io stavo dall’altra parte.

Ero lo sguardo che osservava, non l’oggetto di questo guardare.

Mi ero stupita nel rendermi conto della forza con cui ci convinciamo di conoscere realmente una persona che seguiamo, confondendo un dettaglio con l’intero quadro.

Confondere la mappa con il territorio che rappresenta.

Mi è tornata in mente una delle Cosmicomiche di Calvino, intitolata “Gli anni-luce”, in cui il protagonista si arrovella su quali suoi atti siano stati visti da galassie a distanze siderali. Essere giudicati anche solo per quello che percepiamo come un errore, ricostruire la nostra vita attraverso le reazioni a singoli frammenti.

Nulla di ciò che facevo, in bene o in male, si perdeva completamente (…) ma erano notizie discontinue, disarmoniche, inessenziali, dalle quali non risultata il nesso tra le mie azioni (…) Cosa potevo fare, a questo punto? (…) L’importante era che, di tutto quello che facevo, risultasse chiaro cos’era l’essenziale. Mi procurai un enorme cartello con un segno indicatore di direzione (…) Quando compivo un’azione su cui volevo richiamare l’attenzione, non avevo che da innalzare quel cartello.

Essere guardati fa sentire forti, giustifica il potere della tua vanità. Ma può essere anche una trappola, costruendo una maschera in cui non ti riconosci del tutto.

Maschera è una parola affascinante e misteriosa. Ambigua nell’origine, forse da masca, ovvero «fuliggine», a richiamare il modo più semplice di confondere i propri lineamenti per non essere riconosciuti. Ambigua anche nel senso, che indica allo stesso tempo il travestimento che dissimula ma anche l’identificazione netta, nel mondo del teatro in cui maschere sono i personaggi codificati delle tragedie classiche o della commedia dell’arte.

Se poi aggiungiamo che in latino il termine usato per maschera era invece persona, ecco che ci ritroviamo in un ulteriore gioco di specchi, che confonde la nostra identità più intima con la rappresentazione che ne diamo.

Fotografo, scrivo, lancio nel mondo il mio messaggio.

“Scrivere può essere uno sforzo disperato perché riguarda alcuni dei nostri desideri più profondi: il nostro desiderio di essere visibili, di essere ascoltati, di dare un senso alle nostre vite, di svegliarci, crescere, appartenere” (Scrivere, Anne Lamott)

Mi lascio guardare per sapere che esisto.

Anche se a volte lo sguardo che osserva è troppo forte, quando mi rendo conto che l’interpretazione da fuori è così distante da quello che sento dentro.

Anche se so che non dovrei derivare la mia forza dall’esterno, che la sensazione di riuscire a indirizzare lo sguardo altrui è solo un’illusione di potere.

Anche se essere guardata non sempre è abbastanza, perché essere guardata non vuol dire essere vista.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *