La sostenibilità dei sogni

Si diceva che intanto bisogna fare il primo passo, e su quello Lucia era partita carica e piena di entusiasmo. Nel suo lavoro è sempre stata brava, i risultati arrivavano e gli obiettivi, anche quando erano impegnativi, non avevano tanto rappresentato un ostacolo ma una sfida stimolante, una scalata per arrivare in vetta e piantare, fiera, la sua bandierina.

Solo che,  a distanza di un anno dalla decisione di mettersi in proprio, le cose non stavano andando esattamente come pianificato.

Perché nessuno le aveva detto che anche i sogni devono superare un test di sostenibilità?

Nemmeno io l’avevo fatta a priori, questa analisi. Sono tra quelli che il cambiamento l’hanno pensato a lungo, immaginando di “fare le cose per bene. Studiare, iniziare a definire il progetto, stabilire una rete di contatti. Saltare solo una volta pronta.

Poi le cose non sono andate esattamente così.

Ci si è messo di mezzo il Sudamerica, quel viaggio che doveva essere una parentesi per sbrogliare qualche nodo, e che i nodi li ha sbrogliati talmente bene da farmi capire che se fossi tornata nella routine quotidiana, forse il coraggio di buttarmi non lo avrei trovato più.

Così, eccomi. Libera professionista, o come aveva esclamato mia madre all’annuncio, “Ho una figlia disoccupata!”.

Volete una storia avventurosa ed epica? Mi spiace, non siete nel posto giusto.

Lo ripeto sempre, quando vedo guardi sognanti che immaginano già la libertà di lavorare in proprio. Perché oggi si parla del dietro le quinte, e della sostenibilità delle proprie idee.

Le ricordo bene, le settimane passate sepolta in mezzo ai miei fogli A3 e ai pennarelli con cui cercavo di ragionare su quel sogno che mi sembrava tanto chiaro finché ero seduta a contemplare le acque ghiacciate della Laguna 69, appena fuori Huaraz. Tornata a Milano, portare a terra le mie idee non sembrava più un compito così semplice come avevo immaginato.

Anch’io ero rimasta ferma per tanto tempo, aspettando il momento giusto.

Quello che non arriva mai.

Per fortuna lo avevo messo in conto, che cambiare vita non fosse semplice. E viaggiare mi ha insegnato un paio di cose.

Una è che le cose raramente vanno come pianificato, ma altrettanto raramente questo rappresenta la tragedia che ci eravamo prefigurati. Puoi perdere una coincidenza, scoprire che l’albergo che avevi prenotato in realtà è chiuso, arrivare in una città che avevi immaginato accogliente e aver solo voglia di scappare.

La vita è fatta di incertezza, ma se ci troviamo in una situazione che non ci piace, quasi sempre abbiamo la possibilità di fare qualcosa per cambiarla.

La seconda è che comunque pianificare fa sempre bene. Perché ci spinge a riflettere, chiedere, esplorare nuove idee, provare a capire come si possono combinare. Fare piani è quello che trasforma un sogno irraggiungibile in una serie di passi intermedi di cui possiamo valutare la sostenibilità.

La vita è fatta anche di cose certe, a volte pesanti, di responsabilità, soldi, tempo che sembra sfuggirci tra le dita.

Mettere insieme i due pezzi non sempre è semplice, ma quando ci riusciamo è quello che cambia radicalmente il nostro modo di guardare ai primi passi.

La prima volta che mi è stato chiesto di immaginare la vita che volevo realizzare, anche io ho fissato a lungo quel foglio bianco.

Poi, però, ho trovato la mia soluzione. Io e il mio cervello abbiamo fatto un patto: io fingo che quello che sto per scrivere sia solo una fantasia di nessun conto, lui sa che una volta chiuso in una busta mi dimenticherò quello che c’è scritto su quel foglio.

Funziona, ve lo garantisco.

Il segreto è stato smettere di pensare che i miei sogni dovessero essere un obiettivo scritto nella pietra, di cui devi avere tutto sotto controllo.

Perché chi l’ha detto che non farcela è uguale a fallire?

Falliamo piuttosto se insistiamo in una direzione anche quando ci siamo resi conto che non ci porta da nessuna parte, se ci diciamo “no” da soli senza nemmeno fare la domanda, se non ci rialziamo dopo una batosta.

A chi lavora con me propongo quello che ho chiamato “l’esercizio delle personalità multiple”. Immaginarsi in almeno tre vite alternative, a diversi gradi di deviazione dalla traiettoria presente.

La prima volta in tanti ci si incagliano, ma quando ci si prende la mano diventa un appuntamento a cui si torna periodicamente per fare il punto su quello che si è realizzato. E su quello che si vuole sognare.

Metto i miei sogni non editati in una busta con una data, ma alcuni frammenti restano nell’aria e sono le fondamenta della sostenibilità dei miei progetti.

Continuo a essere una testa dura, una che prima di mollare ci prova ancora, e ancora, e ancora.

Ma il fallimento, quello vero, credo sia l’incapacità di cambiare idea.

Di riconoscere che quella che chiami comfort zone a volte in realtà è un posto che fa schifo, ma almeno è uno schifo che conosci, e quindi te lo fai andare bene finché proprio non ce la fai più (che, di solito, è il momento peggiore per decidere di cambiare)

Non mi illudo più, come due anni fa, che le cose seguiranno passo dopo passo la strada che ho previsto. Anzi, non sto nemmeno più a perdere tempo nell’analizzare troppo nel dettaglio, nel provare a controllare il percorso. Mi concentro sulla meta, e sulle tappe che ritengo indispensabili per essere certa di non essere andata troppo fuori traccia.

Perché come ci ricorda la scrittrice Anne Lamott nel suo Ted Talk sulle “12 verità sulla vita e sulla scrittura

“Siamo tutti un gran misto di paura e aspettativa di felicità”

Se tentiamo di uscire dagli schemi predeterminati di spazio e tempo, e lasciamo andare un po’ il controllo, possiamo provare a oscillare tra i paradossi, trovandoli persino più divertenti che frustranti

Così nel costruire il mio percorso continuo con grandi sogni e con piccoli passi.

Anche quelli che sembrano banali, freddi, aridi. Tengo sotto controllo il mio budget, e la mia agenda.

Tutti gli scrittori che conoscete scrivono delle prime bozze terribili, ma restano inchiodati alla sedia. Questo è il segreto della vita. […] Semplicemente, loro lo fanno. Lo fanno con un accordo preliminare con se stessi.

La sostenibilità dei sogni è fatta di questo. Alzarsi ogni giorno, metterci la faccia, dare il meglio di sé, anche quando sembra troppo poco.

E non dimenticare di restare un po’ il bambino di sette anni che, come il nipote che la Lamott cita a chiusura del suo discorso, con gli occhi che brillano , al mattino si alza dicendo:

Sai, oggi potrebbe essere il miglior giorno che ci sia mai stato

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