Identità, vulnerabilità ed esercizi di cambiamento

Siamo stati troppo ingenui, su questo siamo tutti d’accordo. Ci siamo scoperti più vulnerabili di quanto credessimo.

Dichiarare a gran voce che ne saremmo usciti migliori, che sarebbe andato tutto bene. Ci credevamo, in quel momento. D’altra parte, da qualunque lato si guardi la situazione, non solo non eravamo preparati, ma forse era impossibile essere preparati, o esserlo del tutto, dato che quello che è successo non era mai accaduto, per lo meno non era mai accaduto nel contesto attuale di velocità dello scambio. Scambio di persone, di idee, di merci. Le prime sono diventate veicolo della diffusione della malattia, le seconde hanno mostrato la fragilità del nostro senso critico, le terze hanno per un po’ scavalcato, in ordine di priorità e di valore, l’immaterialità che sembrava essere ormai l’unico perno dell’economia.

Il cambiamento, però, anche se non era quello che avevamo immaginato, resta un dato di fatto. Un dato di fatto complicato, diciamolo pure. Perché ci costringe ad ammettere quanto poco ci conosciamo, quanto siamo meno… coraggiosi? Coerenti? Promotori di azioni concrete? Disposti a metterci la faccia e l’impegno che servono? Fate voi.

Quanto siamo più fragili e in bilico di quanto volevamo raccontarci.

A maggio uno degli editorialisti del New York Times, David Brooks, paragonava la pandemia alla prima, vera invasione dell’America, con un impatto che “rappresenta uno spostamento permanente della coscienza nazionale, una ricostruzione di significati, simboli, valori e narrazione” determinando il passaggio da “un’atmosfera di sottesa sicurezza e libertà, mentre la nuova cresce in un’atmosfera di vulnerabilità e precarietà”.

Qui da noi la sensazione è, a tratti, di aver sostituito una retorica con un’altra, accontentandoci di dire che no, non siamo diventati migliori, ma siamo diventati un po’ più “quello che siamo.

Nel momento, forse è anche vero. Nel momento, ognuno ha tirato fuori le risorse che aveva, per metterle a disposizione degli altri, o per prendersi cura di se stesso.

Quello che siamo”, però, è sempre stato una scusa, un’illusione, una trappola.

Un altro modo per toglierci dagli impicci, di sentirci meno esposti, in nome di questo fantomatico nostro sé futuro che un giorno diventeremo, probabilmente senza sforzo, senza dover passare attraverso la scocciatura di prendersi la responsabilità di fare delle scelte. 

La vulnerabilità di prendere una strada e rinunciare a un’altra.

In fondo le circostanze ci hanno pure aiutato, ad andare in quella direzione. All’inizio ci dibattevamo e contestavamo le libertà che ci venivano negate. È bastato poco, però, per cambiare idea. Quando le cose si mettono davvero male, avere qualcuno che decide per noi sembra una tentazione ben più percorribile.

Il problema è che così si rischia di confondere l’innegabile e inevitabile sensazione di vulnerabilità con un più radicale senso di impotenza.

Per chi come me non sa stare fermo, per chi reagisce cercando di compensare l’incertezza con l’azione, la conseguenza è trovarsi a confondere ancora una volta il movimento con il risultato

Mi sono buttata in ogni direzione promettente, ho dedicato energie e impegno senza nemmeno chiedermi se il progetto su cui stavo investendo aveva senso, o riempiva solo un vuoto.

Perché, eccola, la bestia nera.

Il vuoto.

Vuoto di controllo, di risultati, di cose da fare. Di tutto quello su cui, troppo spesso, siamo abituati a misurare il nostro valore.

E di sentirci vulnerabili abbiamo una gran paura, perché la vulnerabilità ci è sempre stata raccontata solo una faccia. La vulnerabilità come debolezza. La vulnerabilità come mancanza di volontà. 

La vulnerabilità come lusso solo per chi se la può permettere.

Lo so bene, perché ero tra quelli che la pensavano così. Ero un soldatino nell’armatura che pensavo mi proteggesse da tutto, per non sentirmi debole. Per poi scoprire che non poteva impedire certe ferite, creando in compenso una barriera verso il mondo esterno.

Ci lavoro da anni, all’accettazione della mia vulnerabilità, ma forse non l’ho mai riconosciuta pienamente come nel momento in cui il filtro di sicurezza che fino a quel momento sceglievo se mettere nelle mie interazioni con gli altri, si è confuso con la barriera di quello schermo che era il tramite obbligatorio con il resto del mondo.

Non solo sono vulnerabile, ma il mio meccanismo di risposta al disagio rischia di portare con sé conseguenze disastrose.

Sono abituata ad andare oltre, e se non è abbastanza vado ancora. E ancora. E ancora.

L’illusione però non può durare per sempre.

“L’antro in cui temi di entrare racchiude il tesoro che cerchi.” dice Joseph Campbell.

Stavolta i compiti per il cambiamento avevo bisogno di assegnarmeli da sola, e così ho fatto.

Prima di tutto, darmi il permesso. L’ho imparato lo scorso anno partecipando al corso di certificazione di Dare to Lead, in cui il primo passo è stato proprio quello di scrivere le proprie permission slips, ovvero quelle note scritte a mano dai genitori per autorizzare i propri figli a prendere parte ad attività scolastiche, o per giustificarli dall’essere assenti.

Quali sono i tuoi possibili ostacoli per affrontare la tua vulnerabilità? Hai bisogno di chiedere aiuto? Di lasciare spazio a idee differenti? Di più tempo per riflettere?

E poi smettere di giustificarmi chiedendomi  “Cosa posso fare io, da sola, se fuori tutto il mondo sta fermo ad aspettare?”. È un’ennesima variazione del “sarò felice quando”, del momento giusto che non arriva mai.

Il momento giusto è l’unico che esiste. È ora.

Vado a ripensare il futuro, venite anche voi?.

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