Dove trovare i leader coraggiosi di cui abbiamo bisogno?

Quello che mi ha portato a Brené Brown e alla leadership coraggiosa è, per certi versi, un percorso opposto a quello che mi ha portato al coaching.

Quando ero in azienda, vedevo il coaching come uno strumento per fare meglio il mio lavoro. In fondo, non era già gran parte di quello che mi ritrovavo informalmente a fare ogni giorno? Essere un punto di confronto per le persone, aiutarle a vedere un’altra prospettiva, dare quella spintarella che aiuta a sperimentare strumenti e metodi alternativi a quelli applicati fino a quel momento. 

Avevo affrontato il master, come aveva inquadrato già il primo giorno una delle mie compagne di corso, come un soldatino che non si tira indietro nel definire, organizzare, agire.

Ma che resta però sempre a distanza di sicurezza rispetto al proprio coinvolgimento personale.

Perché, mi dicevo, mica si deve mescolare troppo di quello che si è, con quello che si fa.

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L’abitudine di (s)correre

Ormai è più di un anno che non corro. Cioè, non è esatto dire che non corro, nel senso vero e proprio del termine. Almeno tre volte a settimana mi butto giù dal letto, mi infilo le scarpe e faccio il mio giro. Ma corro poco, corro per abitudine, corro senza grande gioia.

Della potenza delle abitudini, d’altra parte, mi accorgo soprattutto quando sono stanca.

Per me essere stanca significa prima di tutto essere scarica di testa, perché da tempo ho capito che invece il sensore che indica la fatica fisica deve essere staccato o rotto, forse non è mai esistito o per lo meno non l’ho mai ascoltato. Ma, come chiunque, non posso certo fare finta di non essere mentalmente affaticata, ultimamente.

Non c’è da stupirsi, che abitudine e stanchezza interagiscano così. Il meccanismo alla base della ripetizione automatica parte infatti proprio da lì: il nostro cervello consuma almeno un quinto di tutta l’energia del nostro metabolismo basale. E questo quando siamo a riposo. Immaginiamoci cosa succede quando i pensieri ci sembrano un bandolo da districare.

Così, il cervello ama le abitudini perché gli permettono di risparmiare, tanto che si calcola che il numero di azioni che svolgiamo in automatico sia vicino all’80% di tutto ciò che facciamo in una giornata media.

Il problema è che il meccanismo della routine, o della comfort zone, rassicurandoci nella ripetizione di ciò che conosciamo, inizia con l’obiettivo (positivo) di minimizzare i pericoli, ma rischia in realtà di diventare un vincolo ingiustificato, una distorsione cognitiva che, proprio come uno specchio deformante, ci permette di vedere la realtà attraverso un unico filtro.

E non è detto che sia il filtro migliore.

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Da grande voglio cambiare il mondo (ovvero: la leadership, secondo me)

Quella di dieci giorni fa aveva tutte le premesse di  una mattinata perfetta. La luce radente del sole autunnale, l’aria frizzante e i colori delle foglie, le gambe che fanno girare i pedali per andare a lavorare dopo mesi in un posto che non fosse casa. Per andare a parlare di leadership a un gruppo di imprenditrici, per sperimentare finalmente sul campo il modello di Brené Brown che negli ultimi due anni ho studiato e approfondito, su cui mi sono certificata e che ho tradotto per renderlo disponibile a tutti, al di là della barriera linguistica.

Aveva le premesse di una giornata perfetta, invece tutto quello che avevo sentito fino a quel momento era rabbia.

Rabbia mentre spegnevo la sveglia, rabbia mentre correvo nel silenzio della città ancora addormentata, rabbia mentre preparavo il caffè.

Se mi fosse capitato un paio di anni fa, avrei buttato giù. Avrei fatto finta di niente, all’esterno andando avanti come se niente fosse (che gli impegni si rispettano, che sul lavoro non si portano le proprie paturnie, che se tanto non si può risolvere allora non vale nemmeno la pena parlarne), dentro accumulando frustrazione e un groviglio allo stomaco cacciato sempre più nel profondo. 

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Non tutto lo stress viene per nuocere

Cosa vi aspettate da queste giornate? 

Lo chiedo sempre, quando inizio un percorso di formazione. Le risposte cambiano a seconda dell’azienda, dei ruoli coinvolti, oltre che naturalmente dell’argomento che andremo a trattare. Ultimamente, però, c’è sempre una questione che ritorna. Che si parli di comunicazione, di gestione delle persone o di organizzazione del proprio tempo e della propria agenda.

Come si fa a gestire lo stress?

Che è una domanda diretta, ma allo stesso tempo sfuggente e complicata.

Prima di tutto, perché dipende da quale definizione di stress scegliamo: chi pensa al senso di costrizione della parola latina strictus da cui deriva il termine, vedendone quindi solo il lato negativo, di peso da sopportare e a cui, possibilmente, sfuggire.

Spesso chi offre questa chiave di lettura collega a filo doppio l’idea di stress all’idea stessa di lavoro, visto solo nella sua versione di dovere, di obbligo, a cui sottostare per motivi contingenti ma senza un reale legame con la gratificazione o l’espressione di sé.

Altri sottolineano lo stato di attivazione collegato allo stress, quell’effetto dato dall’adrenalina rilasciata dal sistema nervoso e che ci permette di reagire in modo rapido agli stimoli.

Stress che fa andare veloci, che fa pensare a soluzioni, stress che spinge nella giusta direzione.

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La prospettiva dell’adattamento

“Non sopravvive la specie più forte, ma quella che mostra maggiore capacità di adattamento.”

L’avevo letta mille volte, questa frase. Ma solo stavolta mi ha colpito così. Sarà che nelle ultime settimane, ma pure negli ultimi mesi, di capacità di adattamento ne abbiamo dovuta tutti mettere in campo molta più del solito.

Mi sentivo molto brava, per la mia capacità di assestare qualche spallata alla mia comfort zone, per allargarla quel tanto che era necessario. 

Più che altro, probabilmente, sono stata fortunata. Fino a oggi, la storia che raccontavo a me stessa ha tutto sommato funzionato, e anche quando mi è capitato di scoprire che quella che credevo essere una verità chiarissima in realtà era solo il mio punto di vista, dopo il primo stupore sono (spesso) riuscita a integrare la nuova informazione nella mia mappa mentale.

Alla fine, però, forse di capacità di adattamento non ne avevo tanta come pensavo.

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