Cose che camminare mi ha insegnato per settembre

Dicono sia “il settembre più settembre che ci sia mai stato”, e tanto per non sbagliare continuo a camminare. 

Sono fortunata.

La verità è che io, quest’anno, non avevo voglia di viaggiare.

Per lo meno rispetto ai miei parametri.

Non avevo voglia di partire da zero, di prendere un volo che mi catapultasse lontano, in un luogo dalla lingua straniera e dalle abitudini sconosciute.

Non è una cosa del tutto anomala, mi era capitato già in passato. Dopo viaggi particolarmente intensi, in cui mi era sembrato di raccogliere talmente tanti stimoli e spunti da provare il bisogno fisico di concedere loro il tempo necessario a sedimentare, depositarsi come la polvere che fluttua alla luce in un mulinello di vento.

Stavolta, però, c’era qualcosa di diverso. Che credo abbia a che fare con il viaggio da sola, e con il viaggio lento.

In questi tre anni ho camminato sempre più. Non che non avessi camminato anche prima, anzi proprio in cammino avevo iniziato a scoprire alcune delle cose più importanti su me stessa. Quanto potevo essere forte. Quanto avevo bisogno di silenzio e solitudine. Quanto ero infelice.

Camminare è diventato, letteralmente un passo alla volta, il modo di accedere al mio spazio più profondo, quello che nel ritmo quotidiano si confonde e nasconde, quello in cui cacciamo dubbi, e paure, e inquietudini, e tutte le domande con cui non sappiamo confrontarci.

Certo, spostarsi con altri mezzi permette di arrivare più velocemente da un luogo all’altro.

Solo che non è la stessa cosa.

Quando cammini, vedi cose che non potresti vedere in nessun altro modo. Fuori, perché puoi arrivare in luoghi che non sono raggiungibili altrimenti, e il fatto di esserci arrivato con le tue sole forze li rende ulteriormente differenti: sono una meta, una conquista, un risultato in se stessi.

In più, dopo un po’, diventa quasi spontaneo contemplare la possibilità di perdersi, sospendere il costante sforzo di esercitare il controllo, concedersi la possibilità di lasciarsi stupire.

Camminare è il primo movimento con cui ci solleviamo da terra e poi ci stacchiamo dai nostri genitori. Camminare è la prima chiave con cui ci rapportiamo e incontriamo il mondo e, allo stesso tempo, è l’atto intenzionale più vicino ai ritmi spontanei del corpo, al respiro e al battito del cuore.

Un equilibrio delicato tra azione e ozio, tra essere e fare. Uno sforzo che non produce niente altro che pensieri, esperienze, arrivi.

Atto superfluo e gratuito, non porta a niente se non a se stessi, dopo innumerevoli deviazioni” (David Le Breton, Camminare

In questi giorni in cui la nostra società dedita all’efficienza appare tanto impaurita dalla possibilità di perdere il suo slancio, questa oggettiva inutilità del camminare mi sembra ancor più essenziale.

In questa estate ho camminato molto, e ho camminato per molti motivi

Ho camminato perché dopo aver passato anni ad allontanarmi per creare una prospettiva che mi permettesse di vedere le cose in modo più lucido, mi sono resa conto che ero pronta (cioè, non ero pronta, non sono mai pronta, ma lo faccio lo stesso perché non posso fare altrimenti) per cimentarmi con una nuova domanda, ovvero come si fa a tornare a casa.

O ancor prima a cercare di imparare cosa significa, per me, tornare a casa.

Ho camminato perché, dopo molti anni in cui l’avevo trascurata, la montagna ha rimesso in fila una serie di tessere che si incastravano perfettamente, recuperando i fili dei ricordi, delle possibilità.

Per lasciar andare quello che avrebbe potuto essere e non è stato, perché la montagna mi permette come nessun luogo di vedere chiaramente cosa sia il qui e ora; per ricordare l’importanza di mettere in discussione la storia che raccontavo a me stessa; per tornare a quell’eterna domanda di come si  fa a fidarsi e poi fidarsi di nuovo, e per scoprire che si può, con tutta la fatica e la meraviglia di qualcosa che nemmeno sapevi esistesse.

Ho camminato perché in un anno senza certezze, la mia disciplina a un certo punto si è dimostrata più ragionevole di me. Andavo avanti sostenendomi a forza di volontà, seguendo liste di attività da fare.

Solo che avevo dimenticato la cosa più importante: a cosa serviva quello che facevo, che senso avevano le mie azioni.

Così una mattina invece di aprire il computer ho preparato lo zaino e, come spesso accade, mi sono poi resa conto che quello che affrontavo con senso di colpa, come tempo che stavo sprecando, era invece il migliore investimento che potessi farequello necessario a fare pulizia del superfluo, per tornare all’essenziale.

Perché il vantaggio di “non viaggiare” è che mi ha permesso di accorgermi che, davvero, tutto quello che mi serviva ce l’avevo davanti agli occhi.

È stata una specie di estate scolastica, quando finiti i compiti prendevo la bicicletta e uscivo dal paese per trovarmi con gli amici e inoltrarci verso la collina. È stata un’estate di panini nella stagnola, di borracce riempite alle fontane, di vestiti sempre uguali che lavi alla sera e rimetti la mattina.

Non ci vuole poi così tanto, non ci vuole quasi niente.

Anche in città, camminare per spostarsi da un luogo all’altro può essere il naturale raccordo tra un impegno e il successivo. E una volta che cammini, farlo in automatico o in modo intenzionale è solo una questione di scelta. Puoi stare nel tuo bozzolo o nel mondo, con lo sguardo sul telefono o libero di muoversi nel paesaggio, esterno o interno che sia.

Si tratta di quale particolare significato attribuiamo a un atto universale. 

Come mangiare, o respirare, [anche camminare] può assumere significati culturali profondamente diversi, dal sensuale allo spirituale, dal rivoluzionario all’artistico.” (Rebecca Solnit, Wanderlust: A History of Walking)

La mia, così, non è stata un’estate di limiti, non è stata un’estate ferma. 

È stata la più ricca estate povera che potessi desiderare.

Non ho intenzione di dimenticarmene.

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