Dell’inutilità del Camminare

Inutilità del Camminare_naviglio milano

Il pensiero è sempre lo stesso, e di solito ti balena verso il terzo giorno di marcia.

In fondo, camminare è inutile.

La consapevolezza arriva quasi sempre quando il sole picchia forte sulla testa, quando inizi a fare i conti di quanti chilometri mancano all’arrivo e quanto tempo ci metterai ancora. Oppure quando a sera fai un bilancio di quello che hai ricavato dalla giornata e il risultato recita: una maglia madida che stai lavando e metterai ad asciugare per indossarla nuovamente domattina, gambe abbronzate fino al ginocchio e bianco latte sopra, sette ore di fatica per coprire una distanza pari a quella che in auto percorri in mezz’ora.

Bologna – Firenze, Via degli Dei.

Stavolta l’impressione è ancora più forte. Non ho mai percorso queste valli, ma mi sono spostata decine di volte tra le due città, infilata nei vagoni che passano da qualche parte qui sotto, che vanno sparati dall’una all’altra impiegando, appunto, poco più di mezz’ora.

Io ho scelto di camminare, e ci ho impiegato cinque giorni.

Camminare è inutile come tutte le attività essenziali. Atto superfluo e gratuito, non porta a niente se non a se stessi, dopo innumerevoli deviazioni” (David Le Breton, Camminare)

È proprio così. Salite, discese, lunghe deviazioni. Anche quest’estate ho deciso di dedicare un po’ del mio tempo a fare qualcosa di inutile. E, per questo, fondamentale.

Ho preso l’abitudine di osservarmi, da quando mi sono resa conto di quanto poco mi conoscessi. E più lo faccio più mi rendo conto che in me convivono, dialogano e si scontrano molti aspetti in completa antitesi. La ricerca di spazi ampi in cui lasciar andare lo sguardo e il bisogno di ritirarmi dove nessuno mi può vedere, l’efficacia della realizzazione e la possibilità di immaginare. La velocità della corsa per andare dritta all’obiettivo e la lentezza del camminare in cui ritrovare il mio senso.

Oscillo tra due estremi, senza aver finora trovato una composizione tra le parti.

Una dualità che ritrovo nelle parole di Le Breton, che contrappone il mondo contemporaneo con la sua fretta di un risultato tangibile all’atto di camminare come

“atto di resistenza che favorisce la lentezza, la disponibilità, la conversazione, il silenzio, la curiosità, l’amicizia, l’inutilità e molti altri valori.”

Non è bellissimo vedere l’inutilità come un valore? Oggi ogni azione viene misurata su quanto possa essere funzionale a ottenere un risultato o un vantaggio nel breve termine. Di conseguenza, ogni cosa che richiede tempo, sforzo e fatica finisce per essere considerata poco importante

Mi fermo a pensare a cosa perderei se fosse davvero così: sarebbe inutile leggere per lasciarci trasportare in luoghi e storie immaginate, sarebbe inutile fermarsi a contemplare un paesaggio solo per immergersi nella bellezza, sarebbe inutile cantare e ballare quando la musica ti prende.

Torniamo ad essere fieri di ognuno di questi piccoli atti di resistenza.

Dedicare il nostro tempo a fare cose inutili e meravigliose, che si ribellano alle regole quotidiane e illuminano il valore nascosto, quello che rimane in ombra se ci misuriamo solo rispetto ai parametri del fare.

Camminare è procedere, trovare il giusto percorso, funzionare. È l’immagine semplice ed essenziale di un movimento vitale di evoluzione.

Con questa prospettiva, mettersi a camminare diventa un modo per allontanarsi dal quotidiano. Non per sfuggirgli, ma per vederlo meglio. E da ogni cammino, ti porti a casa un tassello di te stesso.

“Prendersi il proprio tempo è una sovversione del quotidiano, così come lo è la lunga immersione in un’interiorità che appare un abisso agli occhi di molti contemporanei […]  che abitano ormai solo la superficie di loro stessi”

La consapevolezza ogni volta più chiara di quanto sia necessario per andare avanti, cioè ben poco: lo zaino che diventa sempre più leggero, lasciando a casa anche il timore di non avere con se ciò che potrebbe servire, perché ciò che manca verrà senza subbio trovato.

La fiducia nei simboli che ti indicano il cammino e nei tuoi occhi che li sapranno riconoscere, nelle tue gambe che ti porteranno alla meta attraverso sentieri sconosciuti e nelle persone che incontrerai e riconoscerai come compagni della stessa essenzialità, della stessa voglia di provare a vedere un mondo diverso.

E allora sì, camminare è inutile e necessario, è ribellarsi e fidarsi, è solitudine e connessione.

È tutto e il suo contrario, e forse per questo mi fa sentire così completa.

 

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