Più che una storia, un colabrodo (e come non farsi fregare dai buchi)

Una delle cose che mi affascinano maggiormente, nel confronto con i clienti che incontro, è quanto riusciamo a essere tutti diversi e tutti uguali. Cioè, ciascuno arriva con la sua personale e unica esigenza, il suo vissuto, la sua esperienza. Con paure, attitudini, convinzioni.

I meccanismi di difesa, però, quelli che spesso sono anche quelli in cui ci incastriamo, alla fine si assomigliano tutti.

Fingiamo di non vedere anche quando abbiamo le cose sotto gli occhi, ci inventiamo una realtà alternativa e parallela, ci concentriamo solo su un dettaglio invece che guardare il quadro completo.

Qualche settimana fa parlavo con Sandra. Mi raccontava la sua preoccupazione per un’importante scadenza di lavoro, e come per questa avesse dovuto rinunciare al consueto ritorno estivo presso la famiglia di origine, di come un po’ temesse l’idea di un’estate solitaria in città, mentre avrebbe voluto staccare un po’, immergersi nella natura, respirare un po’ d’aria dopo tanti mesi di confinamento.

Scavando un po’ più a fondo, però, avevo scoperto che la scadenza non era così imminente, che le amiche non erano partite senza di lei, che nessun piano era stato proposto e bocciato.

Sandra si era detta di no, anzi, a dirla tutta proprio non si era nemmeno fatta la domanda.

In fondo è anche questa una versione, distorta e vischiosa e riduttiva, della nostra comfort zone.

Che non è sempre, come crediamo, un posto dove stiamo bene. Che è solo un posto che conosciamo.

Quando sento questi racconti, quando penso a quelli che mi sono ripetuta per tanto tempo, quando riesco per un attimo a vedere le storie che mi racconto tutt’ora (ci provo, mi alleno, ma ci sono fragilità che restano e mi riportano ancora alla tentazione di nascondersi dietro una corazza) visualizzo sempre la stessa immagine: una casetta mezza cadente e tutta storta, puntellata alla bell’e meglio, che ci illudiamo possa proteggerci, manco fossimo uno dei tre porcellini (e nemmeno quello più furbo).

Ma da dove arrivano le convinzioni che deformano la nostra storia?

Le cose che non guardiamo, i rischi che non ci prendiamo, le paure che non affrontiamo lasciano dei buchi, dei passaggi sospesi. Ma al nostro cervello non piacciono i pezzi mancanti.

Il cervello ha bisogno di una storia, e ci sono degli spazi vuoti li riempie come può. Spesso, quindi, nel peggior modo possibile.

Di preoccupazione, di ansia, di convinzioni da cui ci lasciamo limitare senza sfidarle, senza verificare se siano vere.

Abbiamo una mappa, ma è molto simile a una di quelle mappe che venivano disegnate quando il globo era per lo più sconosciuto, in cui gli oceani erano zeppi di mostri marini e c’erano continenti che a malapena venivano tracciati da una linea che ne delimitava le terre emerse. E come secoli fa gli esploratori partivano da lì per affrontare l’ignoto e trasformarlo in conoscenza, in fondo anche andare verso il nostro futuro è un viaggio ancora del tutto immaginario.

Più che mai in un momento in cui tutte le nostre certezze appaiono per quello che sono sempre state. Convinzioni, non baluardi.

E allora, come imparare a riempire meglio gli spazi vuoti?

Le mappe possono avere funzioni diverse: ci possono mostrare dettagli, focalizzando lo sguardo o fornendo informazioni. Ci possono aiutare ad allargare lo sguardo, correlando un luogo a ciò che gli sta vicino, mostrando la distanza con quello che sta lontano.

Per questo torno, ancora e ogni volta, alla carta, alle mappe che si possono piegare, tenere in tasca, percorrere con un dito.

I dispositivi elettronici ci conducono verso una meta, sulla mappa possiamo scegliere come raggiungere la meta.

In entrambi i casi arriveremo, ma la consapevolezza sarà diversa. Lo associo all’affermazione “la mappa non è il territorio” (Korzybski): se ci accontentiamo della schematizzazione fatta da qualcun altro non sapremo mai cosa è stato tenuto e cosa eliminato, cosa è stato ritenuto importante e cosa superfluo.

La nostra intera visione del mondo è una mappa.

Ciascuno di noi non si limita alla percezione oggettiva della realtà ma la rappresenta, interpretandola attraverso i propri modelli, i propri vissuti, i propri filtri. Ci creiamo una “mappa mentale” di riferimento, perché ci permette di operare in modo più efficiente e di fare tesoro della nostra esperienza. Ma che può diventare anche un limite, quando ci impedisce di integrare nuove informazioni o di rimodularle al cambiare delle circostanze.

Ecco perché è utile provare a prendere consapevolezza di quale sia la mappa delle nostre convinzioni.

Perché a volte, quando le cose cambiano repentinamente, quanto l’incertezza sembra allargarsi nello spazio e nel tempo, quando la vita ci mette di fronte alla consapevolezza che la nostra mania di controllo era un’illusione bella e buona, ci troviamo a un tratto senza la nostra catapecchia puntellata ma solo con quello che sembra un enorme cumulo indifferenziato fatto di paure.

E allora ci convinciamo che il cambiamento sia tutto dall’altra parte, e che per iniziare sia necessario superare con un balzo questo ostacolo. Che, però ci sembra insormontabile.

Così, nel dubbio, intanto stiamo fermi.

Le mappe, però, non funzionano così. Non si salta da un punto all’altro, a meno che mentre ero distratta abbiano inventato il teletrasporto. Forse le imperfette e un po’ improbabili mappe che disegno a mano mi piacciono anche per questo. Perché sono imprecise e incomplete, come qualsiasi prima bozza. Ma proprio per questo non si prendono troppo sul serio.

Sanno che esistono chissà quanti sentieri dimenticati, e anche che a volte si può rischiare, tagliare dritto, affrontare i rovi per tracciare uno tutto nuovo.

Quello che scegliamo è ciò che diventiamo. E allora, sta a noi. Possiamo lasciare che a definirci siano le scelte e le mappe tracciate da altri, le aspettative esterne, le cose da cui scappiamo, le opportunità di cui abbiamo talmente paura da non provare nemmeno a scoprire se sono vere.

Oppure possiamo scegliere le nostre parole belle, farne una mappa, andare lenti quanto ci pare, che tanto non serve niente arrivare prima alla meta, se non ti godi il viaggio.

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