L’ansia, questa conosciuta (e cosa faccio quando arriva)

Vuoi fare una prova?” Fabiana si affaccia alla finestra cercando qualcuno che passi per la strada “Hey, come ti senti? Tutto bene? Niente ansia?

Io rido, ma so che ha ragione.

Che il fatto che in questo momento io mi senta più nervosa e insicura del solito non è niente di eccezionale. Che i miei sbalzi di umore e le mattine in cui mi sveglio già storta mi accomunano a una percentuale non meglio specificata della popolazione, ma senza dubbio una percentuale alta.

D’altra parte, non c’è da stupirsi.

L’ansia (e non parlo di ansia patologica, che quella di certo non mi compete), lo spettro variegato di preoccupazioni che a volte mandano i pensieri in cortocircuito, è determinata da stress ambientali, e sfido chiunque a sostenere che l’ambiente attuale non sia stressante.

Se ci aggiungiamo che l’ansia è probabilmente una delle emozioni più contagiose che esistano, ecco che la dimensione potenziale del problema assume caratteri più netti.

Che ci possiamo fare, quindi?

Prima di tutto, distinguere i problemi verso cui rivolgere le nostre attenzioni. E quelli invece da evitare.

Tipo, la pandemia non è il problema. Aspettate, non intendo che non sia un problema, ovviamente. Ma che non lo è nel senso di qualcosa su cui possiamo agire, di qualcosa che rientra nel nostro margine di azione, nella nostra sfera di influenza. Nella terminologia del design thinking, la crisi che permea quest’anno è un “problema gravità” – una circostanza ben oltre le nostre energie, un muro contro cui possiamo anche scegliere di tirare testate. Ma difficilmente con grandi risultati.

Smarcato il primo punto, possiamo passare a riconoscere il nostro meccanismo preferito  di risposta all’ansia

Nel suo libro “The Dance of Connection” la psicoterapeuta Harriet Lerner definisce due modalità principali, che definisce “iperfunzionante” e “ipofunzionante”.

Gli iperfunzionanti aggiustano.

Reagiscono con il movimento, danno consigli, arrivano in salvataggio, si sostituiscono, anticipano. Ci sono quelli che rispondono a domande che non sono ancora state completate, e quelli che non aspettano nemmeno che le domande vengano fatte [ogni riferimento non è per niente casuale].

Gli ipofunzionanti sono “la nutria davanti ai fari dell’auto”.

Sotto pressione restano immobili, lasciano che siano gli altri a prendere in mano la situazione, sembrano dimenticare quello che fino a un istante prima facevano a occhi chiusi. A volte vengono considerati fragili, a volte irresponsabili.

Il fatto è che, in realtà, entrambi rispondono allo stesso bisogno. Alla stessa paura.

Perché, che reagiamo partendo in quarta o sperando in una soluzione miracolosa che non implichi fatica o sacrifici, in ogni caso invece che favorire il cambiamento diventiamo parte del problema.

Quello che ci impedisce di crescere e costruire.

Un po’ perché, appunto, l’ansia è contagiosa, quindi diventa rapidamente una caratteristica del gruppo, anziché dell’individuo.

Un po’ perché, che siamo risolutori o attendisti, consideriamo il nostro atteggiamento non un semplice meccanismo di risposta, ma un vero e proprio tratto del nostro essere. Tendenzialmente, un tratto che è meglio nascondere, di cui non andare fieri.

Non vogliamo essere considerati rigidi, controllanti o prepotenti. 

Non ci piace pensarci passivi, fragili o bisognosi.

Sono etichette che fanno parte di quell’elenco identità indesiderabili da cui ci nascondiamo. Quelle che decidono cosa va bene e cosa non va bene, e che ci fanno sprecare un sacco di energia a nasconderci, invece che a conoscerci e riconoscerci.

Eventualmente a migliorarci. Ma per scelta, non perché “si fa così”.

Il che forse ci mette ancora più a disagio. Cambiare è complicato, faticoso. Soprattutto, cambiare è rischioso. Figuriamoci se ci prendiamo la responsabilità di decidere di farlo anche se niente ci obbliga. Questo sì che ci mette in ansia.

La fregatura (o la fortuna) è che il cambiamento è inevitabile. Possiamo solo scegliere se prendercene la responsabilità, o lasciare che sia qualcun altro a decidere per noi.

Affrontando l’ansia con la sua alternativa: la calma.

Quella che un tempo confondevo con lentezza, o con debolezza.

Invece la calma è prospettiva che ci permette di vedere le cose con lucidità, per analizzare i dati, per sentire le emozioni, per integrare logica e sensazioni in una risposta completa, che potrà corrisponderci autenticamente.

La calma è pratica, è allenamento, è il coraggio di affrontare il silenzio che ci mette in imbarazzo, di riconoscere che non lo sappiamo, che abbiamo bisogno di altro tempo.

La calma è fermarci per capire se davvero abbiamo le prove che l’unica opzione sia quella di lasciarci prendere dal panico. E, anche se così fosse, di chiederci se lasciarci andare al panico migliorerà qualcosa. [spoiler: no, non migliora proprio niente]

Perché, in fondo, bastano piccoli gesti. Pensare rapidamente ma agire lentamente. Ascoltare il nostro tempo logico e il nostro temo emotivo. Fare domande, ma ascoltare anche le risposte.

La calma è contagiosa, proprio come l’ansia. Ma è meno applicata, e ha certo meno pubblicità.

Forse è un ulteriore motivo per iniziare a praticarla.

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