La misura di una (buona) scelta

Nel groviglio di sensazioni di queste giornate, tra paura e solitudine, disorientamento e scelte da fare, preoccupazione e fatica, mi sono resa conto che ce n’è una che fa capolino nella mia testa più spesso di quanto vorrei. Il senso di colpa.

Mi guardo attorno e sembra che tutti siano molto indaffarati. Saranno anche chiusi in casa, ma questo non li trattiene dal seguire corsi, pianificare eventi, immaginare progetti nuovi.

Io invece mi sento ferma, e perciò mi sento in colpa.

Il senso di colpa è una sensazione con cui, anche in circostanze più ordinarie, molti di noi hanno una certa dimestichezza. Ci sentiamo in colpa per le scelte che abbiamo fatto e per quelle che non abbiamo fatto, per le volte che abbiamo mollato troppo presto e per quelle in cui invece abbiamo trascinato una situazione che non funzionava perché non trovavamo il coraggio di mollare il colpo

Non mi stupisco, quindi, di sentirmi così adesso. Soprattutto se ammetto che, e non solo adesso, il problema non è tanto scegliere. Il problema è il bisogno di controllo.

Su quello che, in realtà, non possiamo controllare.

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Il lessico (ben poco) famigliare delle emozioni

Qualche giorno fa, scherzando con un amico, affermavo che sono un po’ ingegnere dentro, e quasi per niente fuori. Una definizione che cercava di racchiudere la mia parte iper-razionale e quella un po’ ingenua, quella che struttura tabelle excel e quella che prepara lo zaino, quella che vive nella mente e quella che è sempre curiosa di capire qualcosa in più delle proprie emozioni.

Racconto spesso che, quando ho iniziato a prestare più attenzione a quello che provavo, la prima sorpresa è stata rendermi conto di quanto forti potessero essere le sensazioni fisiche che si accompagnavano alle differenti emozioni. Non che prima non ci fossero, ma non ci avevo mai badato più di tanto. Le avevo zittite, o con la grazia che mi è propria ero andata avanti come un caterpillar facendo finta che non esistessero.

La seconda sorpresa era che, pur con tutta la mia passione per le parole, le emozioni proprio non le sapevo dire.

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Prospettiva di un labirinto

Ogni tanto capita. A me è capitato a fine anno.

Bloccata a casa da un piccolo infortunio sportivo, ne avevo approfittato per delineare i miei progetti per il nuovo anno. Ho bisogno di mettere mano a fogli e pennarelli, di creare una mappa colorata e tangibile che concretizzi in un piano da realizzare quelli che fino a quel momento erano idee, sogni, immaginazione.

Poi però, forse come l’inverno che è arrivato trafelato con la sua nebbia, le cose che sembravano così chiare lo sono diventate molto meno.

Anzi, a dirla tutta, all’improvviso quella che fino a un attimo prima mi sembrava una traccia ben chiara, si è rivelata un intrico che non riuscivo a distinguere, un nodo che non riuscivo a dipanare.

Un labirinto in cui non mi ero nemmeno conto di essere entrata.

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La libertà del tempo

Skyline di Brisbane con l'iconica scritta illuminata dal sole estivo

Poco prima di partire per l’Australia, appena prima di Natale, ho fatto un colloquio di lavoro. Un progetto interessante, di quelli a cui avevo sempre immaginato un giorno di poter lavorare. Una sfida, la possibilità di prendere quello che ho imparato e usarlo per costruire qualcosa da zero, la mia costante ricerca di avere un impatto concreto e visibile.

Una bella tentazione, dove però si fronteggiano due aspetti essenziali della mia valutazione delle scelte di vita.

Tempo, denaro.

La paura di non averne abbastanza, la sensazione che si volatilizzino senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Esistono due temi che, combinati, siano più universali? 

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Se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta

Questo weekend dovevo essere a Valencia, a correre la maratona. 

Avevo scelto con cura la destinazione, perché per un incrocio casuale di circostanze sarebbe stata la mia decima gara su questa distanza, 42 chilometri a 42 anni.

Dicono che Valencia sia una gara veloce, scenografica, emozionante. 

Forse lo scoprirò la prossima volta, forse non lo scoprirò mai. Di certo non l’ho scoperto stavolta, perché alla fine a Valencia non ci sono andata.

Non so dire se ho scelto la corsa di lunga distanza perché corrispondeva al mio carattere o se il mio carattere si è formato anche grazie alla corsa.

Quel che è certo è che senza la corsa non sarei quella che sono, e oggi che pensavo di scrivere un post su una gara che non ho fatto, ho deciso invece di raccogliere quattro parole che raccontano cosa significa per me la corsa.

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