La libertà del tempo

Skyline di Brisbane con l'iconica scritta illuminata dal sole estivo

Poco prima di partire per l’Australia, appena prima di Natale, ho fatto un colloquio di lavoro. Un progetto interessante, di quelli a cui avevo sempre immaginato un giorno di poter lavorare. Una sfida, la possibilità di prendere quello che ho imparato e usarlo per costruire qualcosa da zero, la mia costante ricerca di avere un impatto concreto e visibile.

Una bella tentazione, dove però si fronteggiano due aspetti essenziali della mia valutazione delle scelte di vita.

Tempo, denaro.

La paura di non averne abbastanza, la sensazione che si volatilizzino senza che nemmeno ce ne rendiamo conto.

Esistono due temi che, combinati, siano più universali? 

Con il tempo e con il denaro ho un rapporto tutto sommato distaccato, quali strumenti che esistono in funzione di qualcos’altro.

Ne vedo l’importanza, ma solo se commisurata a quello che permettono di realizzare.

Forse per questo (e per la mia formazione filologica e linguistica) mi piacciono tanto due espressioni inglesi che rendono in modo particolarmente efficace le similitudini che legano questi due elementi. La prima è

“Spend the afternoon. You can’t take it with you.” (come dice la scrittrice Annie Dillard)

Spendo i miei soldi, spendo il mio tempo. Niente di più niente di meno.

Quel tempo che non puoi mettere da parte per quando ne avrai bisogno, così come da piccola vedevo mettere da parte soldi per quello che serviva, ma altrettanto li vedevo spendere per l’essenziale e anche per un po’ di superfluo.

Penso che della mia famiglia si possa dire che non siamo mai stati ricchi, e neppure veramente poveri. Nelle mie percezioni di bambina, o forse nella rilettura che ne ho fatto anni dopo, vedo a tratti momenti di preoccupazione – più che comprensibili con tre figli a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, due genitori con un lavoro ma non una carriera, il mutuo come una costante inamovibile dell’esistenza.

Ma niente eccessi, niente drammi.

Perché i soldi non sono buoni né cattivi, sono quello che ne facciamo. Una visione che, per altro, è un buon punto di partenza per chi decide di mettersi in proprio, e si trova quindi a dare un prezzo a quello che fa, a chiedere e negoziare il valore di ogni progetto, a verificare che il corrispettivo arrivi poi sul suo conto corrente.

I soldi, però, hanno un vantaggio sul tempo. Sono (molto meno di un tempo, ma almeno nel nostro immaginario) un oggetto fisico, tangibile. Li possiamo conservare, mentre non possiamo trattenere tempo per quando ci servirà. 

Il tempo passa, vola, scivola via. 

Quante espressioni ci sottolineano la sensazione di essere impotenti davanti al suo scorrere, di guardarlo disarmati mentre ci sfugge di mano?

Eppure forse questa è solo la versione comoda della storia.

Quando inizia un nuovo anno immaginiamo ciò che vogliamo realizzare nei successivi dodici mesi. Ma cosa è stato dei sogni, progetti, speranze di un anno prima? Quanto siamo diversi, quante cose abbiamo imparato, quanti cambiamenti abbiamo scelto o affrontato?

Se guardo il mio 2019 potrei dire che è stato un anno bellissimo perché quasi niente è andato come lo avevo immaginato.

È stato un anno in cui le mie priorità sono cambiate, o forse in cui ho deciso finalmente di guardare e dare una chance ai miei bisogni. Un anno in cui ho tenuto saldi i riferimenti che mi fanno sentire solida e accettato che, una volta individuati quelli, il resto può essere del tutto diverso da come lo avevo programmato.

Un anno in cui ho iniziato a pensare che se non lo posso controllare, allora tanto vale godermelo, e vedere dove mi porta.

La scusa che ci diamo per il tempo che non troviamo è quasi sempre la stessa. Siamo “troppo occupati per”. 

Eppure sempre la scrittrice Annie Dillard ci ricorda che

“Come spendiamo le nostre giornate è, ovviamente, come spendiamo la nostra vita”

Se davvero non abbiamo tempo, chi ha creato queste vite affollate di impegni?

Quando siamo brutalmente onesti con noi stessi, lo sappiamo. Qualunque siano le responsabilità e gli obblighi di cui dobbiamo rispondere, non ci sono semplicemente capitati. Ce li siamo scelti.

E allora la prospettiva cambia.

“Tutto il mio tempo è libero, perché è il risultato delle mie scelte.”

Se siamo stati capaci di creare un’agenda troppo piena, allo stesso modo possiamo plasmarne una che ci corrisponda.

Dovremo dire di no, deludere qualcuno, rinunciare alle abitudini che fanno parte della nostra comfort zone.

Perché il tempo che ci serve non si trova, si fa.

È proprio questa la seconda espressione che mi piace tanto: “You don’t find time, you make time for the things that matter”.

Le ore in un giorno sono 24 per tutti. 168 in una settimana. 8760 in un anno.

(quest’anno 8784, abbiamo un extra da sfruttare!)

Poche, tante?

Quel che è certo è che significa che rinunciare ogni giorno a un solo quarto d’ora di sonno, o passato a guardare annoiati la televisione, o a scorrere distrattamente i social, o a lasciarci distrarre dalle notifiche di tutte le app del cellulare, ci regala in automatico quattro intere giornate libere.

Non mi interessa accumulare. Non ho bisogno di più cose, o di più denaro.

Forse, non mi serve nemmeno più tempo.

Non serve per forza affannarsi a vivere più a lungo, quando vedi anche tutte le altre direzioni.

Lasciar spaziare lo sguardo di lato, andare più in profondo, puntare più in alto.

Ricordarsi di stare nel momento, di starci fino in fondo.

Al momento giusto le risposte arriveranno, ne sono certa.

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