Ma quanto (ti) costa?

Qual è la tua unità di misura del valore?

Non ho mai pensato molto al mio rapporto con il denaro. Sono cresciuta in una famiglia in cui di soldi si parlava poco e, in qualche modo, questo mi ha lasciato la convinzione che il denaro non fosse poi così importante. O, per lo meno, che lo fosse solo in relazione a quello che permette di realizzare.

Un mezzo, non certo un fine.

Non mi sono mai posta la domanda se il mio stipendio fosse alto o basso in relazione alle mie competenze, al mio impegno, alle mie responsabilità. Mi chiedevo solo se lo stipendio che ricevevo fosse adeguato alla vita che volevo vivere, a permettermi l’indipendenza e di dedicarmi a ciò che mi appassionava.

Ho sempre dato per scontato che se vuoi qualcosa te lo devi guadagnare con la fatica.

Dai classici lavoretti da universitaria per pagarmi le vacanze alle opportunità di cambiamento professionale, mi sembrava naturale dimostrare ancora e ancora prima di poter fare qualsiasi richiesta.

Poi ho comprato un biglietto per Buenos Aires ed è cambiato tutto.

I soldi non sono solo pezzi di carta

Nell’esatto momento in cui il mio sabbatico da idea si è trasformato in realtà mi sono resa conto che forse il mio rapporto con il denaro non era così lineare. Pensavo che questo mio distacco rispetto al tema fosse segno di un rapporto maturo ed equilibrato, e ne ero quasi fiera.

Invece all’improvviso la prospettiva di sospendere il lavoro (e lo stipendio) per tre mesi mi metteva una certa ansia.

Perché poi?

Avevo i conti sotto controllo, mi ripetevo. Da buona formichina negli anni avevo messo da parte abbastanza da poter partire senza pensieri.

Ma ogni volta che compriamo qualcosa, non guardiamo semplicemente il costo sul cartellino.

La transazione che facciamo non è (solo) quella della carta di credito. Il valore di ciò che compriamo è il valore di ciò che concediamo a noi stessi, o agli altri.

Avevo abbastanza risparmi sul conto corrente, ma credevo di meritarmi la spesa che stavo per affrontare?

È una questione di valore, e non si applica solo ai soldi che spendiamo per noi. Ma anche (forse ancora di più) a quelli che guadagniamo.

Quanto vale, quanto valgo?

Finché ho lavorato come dipendente non me ne rendevo conto. Credo di non aver mai chiesto un aumento di stipendio. La vocetta nella testa sosteneva che chi lavora sodo ottiene il giusto riconoscimento. Mi ripetevo che ci sono regole di equilibrio, per cui la retribuzione è legata più alla posizione che occupi nell’organigramma che alle tue caratteristiche individuali.

In parte è vero, in parte me la raccontavo.

È più facile prendere quello che arriva, magari lamentandosi se non corrisponde del tutto alle aspettative. È più facile restare a guardare che agire, mettersi in discussione. Chiedere di riconoscere il nostro valore, con il timore che gli altri non vedano quello che vediamo noi.

Poi esci dalla struttura aziendale e scopri che il ragionamento sul tuo valore lo devi per forza affrontare.

Devi andare a cercare la tua unità di misura.

Il mio rapporto funzionale con il denaro era un modo per tenermene a distanza, per non “mescolarmi, per dirmi che era una cosa che non contava così tanto nella mia vita. Del denaro ci hanno detto le cose peggiori, che volerne troppo è essere avidi ed egoisti, che per guadagnare bisogna eliminare ogni scrupolo, che chi è ricco lo è di famiglia o perché non ha guardato in faccia nessuno.

Parliamo di valore e quindi di valori. Di ciò che conta veramente per noi.

Così sono ripartita da capo, cercando di capire che significato poteva avere il denaro per me.

Un mezzo e non un fine, ma in quale direzione?

I miei obiettivi finanziari non sono mai andati oltre il budget di una vacanza. A chi mi dice che sono coraggiosa per le scelte che faccio rispondo che per me è molto più coraggioso chi ha acquistato casa con un mutuo trentennale.

Se pensi al denaro, cosa conta davvero per te?

Che sensazione senti appena se ne parla? Sei a tuo agio o in imbarazzo? Ti senti sereno o in colpa? E come si esprime concretamente? Il tuo piacere è una borsa firmata, un’auto potente, una casa per la famiglia, un giardino dove coltivare fiori?

Se non te lo sei mai chiesto, questo è il momento giusto.

Non c’è giudizio, c’è solo la distanza tra quello che vorresti e quello che hai e fai, ora, nella vita di tutti i giorni. È un esercizio che avevo già sperimentato e che ho portato con me in viaggio. Tenere traccia, giorno per giorno, di ciascuna delle tue spese. Con il mio taccuino sempre in borsa ho scoperto ancora una volta la potenza di mettere le cose nero su bianco.

Vedere ogni giorno se scegli di avvicinarti a ciò che sei. O di allontanartene. O di vagare senza una chiara direzione.

È l’onestà di guardare la differenza tra quelli che diciamo di voler essere e quelli che ci impegniamo ad essere. Tra il sogno e il sudore, tra l’ispirazione e la traspirazione.

Perché alla fine torna tutto lì, sempre. Alla scelta che facciamo.

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