La leadership e il coraggio di cambiare

Non so se ho sempre avuto una passione per le parole, o se è venuta con il tempo e con il lavoro che sono capitata a fare. Persone ogni giorno nuove che mi parlavano di sé, fin da quando facevo colloqui seduta nel front office di un’Agenzia per il Lavoro, persone ogni giorno diverse in tutto quello che è successo dopo. Ho sempre trovato naturale, mentre ascoltavo, prendere appunti su ciò che mi appariva importante, che mi diceva qualcosa. Riportare le parole che sembravano risuonare maggiormente, non perché fuori contesto, ma per come erano pronunciate. Scelta, successo, ambizione, soldi, leadership, famiglia. Ne ho sentite a decine, negli anni. 

Mai scelte per caso.

Dire che le parole costruiscono il nostro mondo non è un’esagerazione. Non in senso letterale, certo. Ma raccontano in modo più chiaro di quanto possiamo immaginare quello che nel tempo abbiamo inconsciamente fatto nostro, i limiti che vediamo o che ci imponiamo da soli, la visione della vita e delle persone con cui abbiamo a che fare. Forse è anche questo che mi ha attratto della ricerca di Brené Brown, e che mi ha portato fino in Texas per studiare e certificarmi con lei.

Perché nel mondo del lavoro il bisogno di riappropriarsi del senso delle parole è forse più urgente che mai.

Ci siamo assuefatti a usare un linguaggio impoverito, sempre lo stesso, dando per scontato che sia l’unico che abbiamo a disposizione. Parole comuni, di cui crediamo di conoscere l’esatto significato. Ma, proprio per questo, diventano in realtà parole che dietro di sé nascondono uno spazio di interpretazione che le rende quasi sempre polarizzate.

Parole a cui appoggiarci, o da cui fuggire.

Nel coaching lo noto in modo ancora più evidente, forse perché è un dialogo sempre a cavallo tra il lato professionale e quello più personale (d’altra parte mica siamo fatti a compartimenti stagni). Chi si vede lontano anni luce dal successo, identificato con un ruolo altisonante, tanti soldi, un’auto di grossa cilindrata. Chi respinge ogni accenno all’ambizione, legata a doppio filo al compromettere la propria etica, o al rinunciare ad avere una vita che vada oltre il lavoro. Chi collega il potere a giochi poco chiari, a un comandare dispotico o che si mette in cattedra. Chi non si sente all’altezza della parola leadership.

Io ero una di questi.

Vedevo i miei capi, e i capi dei miei capi, e pensavo che mai avrei potuto (né voluto, per questo) essere al loro posto. Troppa esposizione, troppa responsabilità, troppi compromessi.

Poi però mi sono resa conto che c’erano due opzioni. O le cose stavano davvero così, e allora avevo la responsabilità di far sentire la mia voce. O poteva esistere una leadership etica, e allora dovevo fare la mia parte per realizzarla.

Non si può vedere quello che non va e girarsi dall’altra parte.

Ho osservato i comportamenti che erano coerenti con i miei principi, e quelli che non lo erano. Ho distinto tra la necessità di ragionare con la testa e quella di ricordare sempre che la vera leadership parte dall’essere persone che hanno a che fare con altre persone. Ho riflettuto sul perché in azienda usiamo questo linguaggio depurato e standardizzato.

È più semplice usare formule preconfezionate per parlare di certi argomenti.

Evita il disagio che proviamo nel sentirci esposti in prima persona. Me che è l’unica strada se vogliamo riportare la parola leadership al suo significato più profondo. Una delle interpretazioni della sua etimologia la riporta al germanico laidjan, viaggiare. Leadership quindi non come controllo di persone e processi, ma come guida che lascia spazio agli altri permettendone la crescita, coltivandone la consapevolezza, mettendoli nella condizione di fare scelte e realizzarle.

Un processo che parte da un costante impegno di auto consapevolezza, da un viaggio da fare prima di tutto in se stessi. Che forse è proprio quello che è stata questa settimana intensiva a San Antonio, Texas.

Dare to lead, leadership e coraggio.

Il coraggio di guidare un’organizzazione, un gruppo di lavoro, un’azienda. Una combinazione di consapevolezza di sé, presenza autentica, connessione, ricerca di significato partendo dal cambiamento dei propri comportamenti.

Strumenti immediatamente visibili e realizzabili per esercitare pensiero critico, sintetizzare e analizzare informazioni, costruire fiducia, ispirare innovazione, prendere decisioni difficili.

Metterci in prima fila per il cambiamento in cui crediamo, e fare il primo passo per realizzarlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.