Le curve tortuose del cambiamento

Con la curva del cambiamento ho a che fare quasi tutti i giorni. Perché è quella che accompagna i percorsi di coaching individuale. Perché è quella che caratterizza i processi di innovazione in azienda. Perché è quella che vivo quando mi prende la vertigine di non capire in quale direzione muovere il prossimo passo, quando mi sembra di aver puntato troppo in alto, quando dubito di essere abbastanza capace, forte, brava per farcela.

Perché anche quando il cambiamento è scelto, e non subìto, non è che tutto vada sempre liscio e secondo le aspettative.

Anzi, non lo fa quasi mai.

Sono un’ottimista, e quando vedo una nuova opportunità mi faccio prendere dalla curiosità di capirne di più. Ma quando sei nel bel mezzo del cambiamento, l’arco che si percorre resta quello: l’entusiasmo iniziale che proietta in scenari da sogno, l’impatto con la consapevolezza che le cose per realizzarsi richiedono spesso più tempo e fatica di quanto volessimo ammettere inizialmente, la tentazione di mollare tutto.

L’inghippo è tutto qui.

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Tutta la verità, solo l’autenticità

Be you. Belong. Autenticità è il coraggio di riconoscersi ed essere se stessi.

e.e. cummings lo sosteneva già un secolo fa:

“essere nessun altro che te stesso – in un mondo che fa del suo meglio, notte e giorno, per renderti chiunque altro – significa combattere la battaglia più dura che qualsiasi essere umano possa combattere”

Perché alla fine, cosa vuol dire autenticità?

Oggi siamo più che mai esposti al mondo, nelle interconnessioni necessarie e in quelle che ci scegliamo, nella pressione di corrispondere alle aspettative del contesto e in un bisogno sempre più forte di mostrarci, di essere visti, di essere riconosciuti.

Condividiamo i nostri pensieri e le nostre azioni nell’universo virtuale, ma il mondo cosa riceve e cosa capisce?

E prima ancora, sappiamo davvero quale messaggio vogliamo inviare?

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Dammi solo un secondo (al giorno)

Ho un problema con il tempo, lo so. Ho la costante pretesa di usarlo fino all’ultima briciola, dimenticando di lasciare spazio per gli imprevisti, o per il riposo. Non ne faccio un dramma, ribalto la mia agenda per far fronte a un ritardo, o a un’opportunità, ma rincorro sempre la 25esimaora, il tempo per fare le cose, per farle qui e subito. Dimenticando che del tempo bisognerebbe prendersi cura, e che a volte basta solo un secondo.

Qualcuno dice che sono coraggiosa, per come mi butto nelle cose. Qualcuno dice che vorrebbe la mia forza di volontà, per come vado avanti a testa bassa. Io dico che è ben più temerario fare un mutuo, che fare un viaggio da sola.

Di cose irreversibili ce ne sono meno di quante pensiamo, ma davanti a un impegno a lungo termine mi viene sempre un pizzico di ansia.

La mia forza è anche la mia debolezza: quella sorta di fanciullesca incoscienza che mi permette a volte di osare senza vedere del tutto i rischi (o di percepirli in modo differente dalle aspettative comuni), è anche curiosità di esplorare tutte le possibilità a disposizione, che mi fa resistere di fronte all’idea di scegliere nettamente a un bivio.

Un po’ ci gioco, e così anche quest’anno ho scelto un progetto da portare avanti ogni giorno per 365 giorni. 

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Confessioni di un’apprendista freelance

Natale_Valparaiso_Cerro Alegre_freelance

È arrivato dicembre.

Il mese delle luminarie, dei mercatini, del “se non ci vediamo più inizio a farti gli auguri”. Il mese in cui inizi a riflettere sull’anno passato, sui progetti che avevi e su quello che hai effettivamente realizzato. Il mese dell’ansia del tempo, già veloce nei mesi precedenti e che adesso sembra scorrere come un fiume in piena, che nella sua corsa travolge tutti i programmi, e te nel mezzo.

Ancor più se sei un freelance.

Sono stanca. Sono settimane che prometto e mi riprometto di fermarmi e fare il punto della situazione. Di quest’anno diverso da tutti gli altri, di quest’anno libero.

Essere liberi è bellissimo, ma non è così semplice come sembra.

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Ho visto il futuro (e andrà tutto bene)

Villa Pisani Stra

Quando devo scegliere, non ho mezze misure.

Se la questione è importante, spesso mi trascino all’infinito nel dubbio, come se soppesare e sezionare allo sfinimento ogni dettaglio mi permettesse prima o poi di scoprire qualcosa che mi era sfuggito.

D’altra parte una volta che la decisione è presa, chiudo gli occhi e salto. Niente tentativi, niente ripensamenti. Le parole sono importanti e quando arrivo a dire no, oppure sì, volto pagina e non mi chiedo più cosa sarebbe stato.

Vi siete mai chiesti perché il percorso che ci porta a scegliere è così complicato?

A quanto pare è colpa di quella che Dan Gilbert definisce la psicologia del nostro “sé futuro”, cioè l’idealistica convinzione che, in qualche modo, arriverà un momento in cui “diventeremo quello che siamo”.

Ma siamo proprio certi che questo nostro perfetto e solido “sé futuro” esista?

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