La lista dell’essenziale

La scorsa settimana mia madre ha compiuto gli anni. Un compleanno significativo, di quelli tondi, per cui tra noi figli era partito il consueto tam-tam per pensare al regalo da farle.

Se io sono allergica alle feste comandate, non è che i miei fratelli siano tanto meglio. Mia sorella adesso se la cava con la scusa di essere agli antipodi, mio fratello solleva la domanda così lascia agli altri l’onere di tirare fuori un’idea.

Stavolta, però, avevo un asso nella manica da sfoderare.

Mia madre, che dopo la pensione è diventata più attiva e impegnata di prima, e ha un’agenda più piena della mia, da qualche mese fa parte di un gruppo di nordic walking.

Il suo gruppo quest’estate andrà a Santiago, e noi le abbiamo regalato l’essenziale per mettersi in cammino.

Lo zaino, si sa, per me è filosofia di vita.

Un rito che ripeto prima di ogni partenza, scegliendo ogni oggetto, disponendolo con cura come una composizione artistica, per portare con me il bello, proprio come l’essenziale.

Potrei scomodare gli antichi greci con il loro καλός, termine in equilibrio tra l’idea di bellezza fisica e morale (ma io nemmeno l’ho fatto, il liceo classico, quindi meglio se evito di infilarmi in discussioni troppo sottili sul tema). Ma anche senza riferimenti ellenistici, che lo zaino racchiuda in sé un senso che va ben oltre gli oggetti che contiene è evidente a chiunque abbia mai provato a riempirne uno.

Lo zaino è l’essenza della preparazione a un viaggio e, di riflesso, del nostro modo di affrontare il cambiamento.

Le cose che portiamo con noi, soprattutto ciò che non è essenziale, parla del nostro passato, o del nostro futuro. Di quello che è stato, o di quello che potrebbe essere.

Dei sensi di colpa, o dell’illusione di poter controllare l’esito delle nostre azioni.

Non si tratta di una gara a chi riesce a viaggiare più leggero, intendiamoci. È solo un invito a guardare in modo critico ciò di cui pensiamo di aver bisogno.

Nel fare lo zaino sono una strenua sostenitrice del “quel che serve a te – ho visto persone che non riescono a dormire senza il loro cuscino, o che portano la piastra per capelli anche nella giungla, mentre altre buttano quattro cose alla rinfusa e ricordano a malapena di portare con sé lo spazzolino da denti.

Vale tutto. E, di solito, sopravvivono tutti.

Portare più cose ci può far sentire sicuri, come se essere preparati fosse in automatico una protezione contro l’eventualità che qualcosa vada storto.

Invece le cose vanno come devono andare, e quando iniziamo a spogliarci degli strati superflui non diventiamo più vulnerabili.

Solo più leggeri.

Se sviluppiamo un sottile distacco dalle cose, riusciamo poco alla volta a osservarci in maniera più oggettiva, a mettere in prospettiva gli imprevisti, a prendere tutto con quel giusto grado di fatalismo che non può che andare d’accordo con un viaggio sulla strada, con un viaggio in cammino.

Il passo reso più agile da uno zaino essenziale non concentra l’attenzione sulla fatica, ma lascia ai pensieri la libertà di godere del nostro essere nel momento.

Mi piace pensare che mia madre stia per affrontare il suo primo Cammino adesso che ha abbondantemente il doppio dell’età che avevo io quando sono partita per la prima volta.

Perché non c’è mai un momento giusto per cambiare, o un momento in cui è troppo tardi.

Per crescere, per evolversi, il cambiamento è indispensabile. Essenziale, appunto, che non a caso è un termine derivato da “essere”, e che quindi fa riferimento alla realtà più profonda delle cose.

Lungo la storia, però, essenziale arriva a noi mediato dal latino usato dagli alchimisti. Essenza come sostanza che permette la reazione tra due opposti che si incontrano, agente e catalizzatore della trasformazione.

Ecco perché lo zaino è l’essenziale che racconta il cambiamento.

Perché nel prepararlo dobbiamo evitare i sensi di colpa, o gli “in caso che”. Scegliere quello che serve oggi, per essere nel momento. Provarci, sbagliare, scoprire.

Buon cammino, mamma. Non vedo l’ora di sapere cosa imparerai di te.

Andai via da Chakra, villaggio di polvere, sentendo di averlo soltanto sfiorato. Levare il campo ogni giorno è la legge della carovana, però per capire bisognerebbe fermarsi, restare. (…) Eppure com’era bello, com’era diventato istintivo, quel rimettersi in cammino. (…) Camminare riduceva la vita all’essenziale: cibo, sonno, incontri, pensieri. (…) Ancora più che riuscire a farcela con così poco, era sorprendente accorgermi che non avevo desiderio di altro.” (Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima)

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