La fisica dell’inerzia

Al liceo la fisica mi sembrava una grande fregatura. Alla prima lezione mi avevano illuso che in quelle formule avrei capito il funzionamento del mondo, alla seconda già mi dicevano che però dovevo considerare un sistema ideale, in cui punti senza peso e senza dimensioni si muovevano in uno spazio senza aria e senza gravità. Un interessante esercizio teorico, ma io volevo capire come funzionavano davvero le cose.

Di quelle formule ricordo ben poco, ma in questi giorni ogni tanto ci penso.

Per settimane ho rallentato e rallentato, e adesso cavoli se la sento, l’inerzia che rende difficile riprendere il movimento.

Principio d’inerzia: un corpo permane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme a meno che non intervenga una forza esterna a modificare tale stato.

Mi sento proprio così. Magari non ferma, ma certo frenata. Come se ogni azione richiedesse una quantità di energia superiore al consueto. Un’energia che fatico a ritrovare.

D’altra parte, è il paradosso della scelta. Viviamo in un mondo che ci offre un ventaglio di opzioni, opportunità, libertà che nessuna epoca storica precedente ha avuto a disposizione. Solo che, davanti a tutta questa varietà, scatta senza che nemmeno ce ne accorgiamo l’ossessione dell’ottimizzazione.

Ci sarà sempre qualcosa di più veloce o più efficace, un’idea più brillante, un percorso di maggiore soddisfazione.

Rimpiangiamo quello che avremmo potuto fare meglio, oppure il tempo sprecato. Scegliamo immaginando già il passo seguente, senza pensare nel frattempo al passo che stiamo facendo in questo momento. La fatica di stare nel presente ci spinge a identificarci con qualcosa che, in realtà, non esiste.

Il passato che non c’è più, il futuro che non c’è ancora.

Se accettiamo l’indeterminatezza del tempo che ancora deve arrivare, è evidente che non può esistere un’unica risposta alle nostre domande. Solo quando smettiamo di puntare alla soluzione migliore, e ci concentriamo invece sul trovare la nostra soluzione, possiamo superare l’inerzia che ci frena.

Ogni scelta ci condurrà su un percorso, e ogni percorso sarà la realizzazione di una vita degna di essere vissuta.

Una vita ben disegnata – ovvero generativa, costantemente creativa, produttiva, in evoluzione, capace di stupire e stupirci.

Cosa ci frena, allora ? (a parte la forza d’inerzia)

Spesso, una somma di paure. Da cui ci lasciamo prendere, che si accumulano, che si aggrovigliano l’un l’altra fino a paralizzarci.

  • La prima cosa che possiamo fare, prendendo in prestito gli strumenti del design thinking, è iniziare a porci domande migliori. Se ci chiediamo cosa potrebbe andare storto, la nostra mente ci accontenterà subito, e sarà pronta a farci immaginare i peggiori scenari che si potrebbero presentare. Nemmeno l’alternativa di andare allo sbaraglio senza farci domande è migliore, perché ci lascerebbe altrettanto spiazzati davanti agli ostacoli che, lo sappiamo, prima o poi si presenteranno. Possiamo allora applicare il cosiddetto “mental contrasting”, ovvero la visualizzazione di entrambe le facce della medaglia, quella di ciò che potrebbe andare benissimo e di ciò che potrebbe andare malissimo. E, una volta individuato quello che potrebbe non funzionare, cercare risposte concrete alle nostre preoccupazioni “Come potrei prevenirlo? O affrontarlo? O mitigarlo?”
  • Per lo stesso motivo, se abbiamo una paura, metterla nero su bianco è probabilmente una buona idea. Per ogni problema esiste una soluzione. Magari non così immediata, o semplice. Ma una volta che abbiamo verbalizzato quello che ci blocca, spesso possiamo individuare almeno un’azione da mettere subito in pratica. Fare un tentativo, cercare un punto di vista differente, chiedere aiuto. Iniziare a metterci in movimento, superando la stasi dell’inerzia.
  • E, intanto che ci siamo, adottare l’approccio di quella che la scrittrice Anne Lamott chiama la “schifosa prima bozza. Le prime bozze fanno sempre schifo, e se aspettiamo di essere pronti, probabilmente aspetteremo in eterno. Dobbiamo fare cose fatte bene, non cose perfette (che non esistono, per altro), il perfezionismo è solo protezione della nostra insicurezza che non vuole esporsi alla possibilità di una critica. Rispettiamo i nostri standard, non cerchiamo di compiacere.

La cosa paradossale della paura e dell’inerzia, poi, è che quando finalmente riusciamo a mettere fuori la testa dalla buca in cui eravamo caduti (e in cui poi ci eravamo seppelliti da soli), ci rendiamo conto che, molto spesso, le cose non sono affatto così terribili come sembravano da là sotto.

Siamo bravissimi a dare consigli agli altri, ma con noi stessi perdiamo ogni oggettività.

Per questo, anche se è faticoso, il primo passo, il passo attuale, è proprio quello di muoverci dall’inerzia. Perché è come se la paura si fosse posizionata proprio di fronte ai nostri occhi, bloccandoci il campo visivo e rendendo impossibile vedere qualsiasi altra cosa.

E intendo in senso letterale. Nelle settimane in cui sono rimasta chiusa nei 35 mq del mio monolocale, mi sono resa conto che avevo bisogno di un modo per distinguere il lavoro dal resto della vita, se tutto passava attraverso lo stesso schermo.

Quel modo passava attraverso lo spazio che occupavo, l’angolazione da cui vedevo le cose.

La sedia messa a un capo del tavolo se mi ci sedevo per lavorare, la sedia spostata al capo l’opposto quando staccavo.

Perché spesso gli ostacoli sono molto più nella nostra immaginazione che nella realtà. Forse anche per questo lo sforzo di ripartire sembra spropositato, dopo che abbiamo vissuto così tanto nella testa e così poco nel corpo. E la fatica sembra ancor più intensa se ci proiettiamo su qualcosa che ci sembra troppo distante, o se ci concentriamo su quello che potremmo sbagliare.

Forse è questa la differenza tra l’adesso, e tutto il resto.

La situazione è semplice, perché semplicemente è.

Siamo noi a complicarla legandola a troppi, incontrollabili, poi.

Perché alla fine, nel peggiore dei casi, se tutto va storto, se davvero abbiamo sbagliato, quel che conta è che se superiamo l’inerzia, saremo finalmente in movimento.

E da lì possiamo arrivare ovunque.

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