Son tutti bravi con la comfort zone degli altri

Povera Comfort Zone. Attaccata da ogni lato. E’ tutto un fiorire di

La magia accade fuori! Salta! Prova!

Il che è verissimo, ci mancherebbe. Credo nell’evoluzione, nella crescita e nella possibilità di scegliere. Credo nell’impegno da mettere nelle cose che desideriamo, se davvero vogliamo realizzarle.

Anzi, il cambiamento mi piace. Il momento in cui ti affacci su qualcosa di nuovo ha un brivido tutto suo, in cui la mia indole curiosa non vede l’ora di tuffarsi. Perché all’inizio, è tutto bellissimo. Il senso di libertà, ritrovare o scoprire aspetti di noi che avevamo messo da parte o che non avevamo mai espresso. Imparare, creare, vedere il mondo con occhi nuovi.

In questa fase, ti sembra impossibile essere stato fermo per così tanto tempo. Ogni piccolo risultato ti sembra la conferma chiara ed evidente che hai fatto bene a cambiare. Anzi, ti chiedi chissà perché hai aspettato fino ad adesso. Sorridi e ti guardi intorno, pensando a cosa si perdono tutti quelli che ancora non hanno fatto questo passo.

Purtroppo, non dura per sempre. E, nel comune elogio dell’uscita dalla comfort zone, spesso manca qualsiasi riferimento a… quello che succede subito dopo.

Comfort Zone… e poi? 

Quando scegliamo di cambiare, spesso è perché nella precedente situazione c’era qualcosa che non andava più bene per noi, che non ci permetteva di esprimerci realmente, che non ci aiutava a raggiungere i nostri desideri. Insomma, di solito si cambia da qualcosa che non ci rende felici.

Quello che dimentichiamo è che – lo so, sembra un gioco di parole – anche una situazione scomoda può essere una comfort zone. Se comporta ansie, paure, mancanze… sono pur sempre le nostre ansie, le nostre paure, le nostre mancanze. Ormai familiari, parte della abitudini. Fastidiose, ma meno terrorizzanti di quelle, nuove e sconosciute, che all’improvviso ci troviamo di fronte.

Invece una volta spiccato il balzo, dopo l’iniziale sensazione di volare, arriva l’atterraggio.

Seth Godin ne ha scritto definendolo The Dip. In pratica l’avvallamento, la cunetta. Meglio ancora, la buca. Perché ogni nuovo progetto o incontro, all’inizio, appare divertente e ci riempie di energia. Ma questo stato di grazia non dura per sempre. Prima o poi arriva il momento in cui la situazione non è più così divertente. Anzi, a dirla tutta, a volte inizia proprio a fare schifo.

E a questo punto, che si fa?

La retromarcia dalla strada a fondo chiuso

Secondo Godin, bisogna prima di tutto essere sicuri di non trovarsi in un Vicolo Cieco. Cioè una situazione che ci lascerà sempre frustrati, perché non darà mai risultati all’altezza dello sforzo che stiamo facendo. Peggio ancora, a volte non ci porta proprio da nessuna parte. In questo caso, dovremmo fare ciò che per una vita ci hanno detto di non fare. Mollare, lasciar perdere, fare un passo indietro.

Siamo programmati per l’esatto opposto. Continuare ad insistere, per lo meno mantenere la posizione. Ci hanno insegnato che solo i deboli si fanno da parte. Che mollare è arrendersi e arrendersi è per chi non ce la fa. Che se non raggiungiamo un obiettivo forse non ci siamo impegnati abbastanza.

Io sono una di quelli che l’hanno sempre pensata così. Mi sono resa conto che per gran parte della vita il mio mantra è stato resistere. In parecchi casi, ne sono fiera. Insistere nonostante le difficoltà e la fatica è ottimo in un nuovo lavoro o per correre una maratona. Ma a volte bisognerebbe semplicemente riconoscere quella che non è la tua strada

In questo caso, è vero. Mollare, uscire. Prima possibile. Soprattutto, senza guardarsi indietro. In fondo, è esattamente come nel decluttering. Che insegna a non tenere una borsa solo perché ti senti in colpa per quello che l’hai pagata. Così, è indispensabile mettere regolarmente mano all’agenda per capire cosa depennare, per recuperare spazio ed energia. Tenendo presente che, quasi sempre, per fare qualcosa di nuovo devo prima capire a cosa sono disposta a rinunciare in cambio.

Stare sul materassino

E se invece il cambiamento mi serve, ma mi sento scivolata in questa fossa da cui non so come uscire?

La buca è un concentrato di quello che più ci fa paura. È buia, è profonda, non vediamo cosa succede attorno. Quelle maledette pareti sembrano invalicabili. Ci convinciamo che non potremo mai uscirne, e proprio questo rende indispensabile capire come uscirne. Subito. Ora.

A quel punto, qualsiasi cosa ci sembra meglio. Anche tornare alla situazione precedente. Sì, esattamente quella da cui siamo appena scappati. Anzi, perché mai abbiamo deciso di cambiare? Attraverso la lente deformante dell’incertezza, proprio non riusciamo a ricordarcelo.

Ed è allora che non dobbiamo scappare. A volte, nel momento peggiore, tutto quello che dobbiamo fare è stare. Resistere alla tentazione di alzarci e iniziare a correre. Mi ha colpito la descrizione che ne fa Glennon Doyle Melton nel suo memoir Love Warrior. Capitata per caso in una lezione di hot yoga da cui vorrebbe solo dileguarsi, capisce che anziché evitare la sensazione di inadeguatezza, deve entrarci fino in fondo. L’intenzione che esprime per l’ora di lezione è allora quella di riuscire semplicemente a restare sul materassino. Stare nel suo corpo. Accettare che le emozioni che definiamo negative sono solo l’altro lato della medaglia di quelle positive. Che fanno parte della vita, che non esiste modo per eliminarle o saltarle a pié pari.

Non devi sempre essere felice. La vita è complicata e può fare male. Non perché sei tu a fare qualcosa di sbagliato, ma perché è così per tutti. Non devi sempre evitare il dolore. A volte ti serve. È lì per te. Devi stare fermo, lasciarlo avvicinare, lasciarlo allontanare, lasciare che diventi la fonte dell’energia che utilizzerai per portare avanti il tuo compito nel mondo.

La busta numero 3

In realtà c’è un’altra opzione. Molla prima di iniziare. Più che altro, scriviti la tua autorizzazione. Decidi in anticipo in quale caso la scelta giusta sarà lasciar perdere. Che sia perché non ti concedi mai la rinuncia o perché te la concedi troppo, stavolta l’importante è che tu decida prima le condizioni a cui lo farai. Prima di sentirti sopraffatto, prima di essere sull’orlo di una crisi di nervi, prima di avere la sensazione che non uscirai mai dal casino in cui ti sei cacciato.

“Dopo”, è il momento peggiore per prendere qualsiasi decisione. La prospettiva è azzerata, le energie non ti sostengono. Decidi prima. E rispetta la tua decisione.

Che immagino sia il contrario di resistere e si avvicini molto alla sua evoluzione, una volta tolta la maschera che si è scelta. Esistere.

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