Da grande voglio cambiare il mondo (ovvero: la leadership, secondo me)

Quella di dieci giorni fa aveva tutte le premesse di  una mattinata perfetta. La luce radente del sole autunnale, l’aria frizzante e i colori delle foglie, le gambe che fanno girare i pedali per andare a lavorare dopo mesi in un posto che non fosse casa. Per andare a parlare di leadership a un gruppo di imprenditrici, per sperimentare finalmente sul campo il modello di Brené Brown che negli ultimi due anni ho studiato e approfondito, su cui mi sono certificata e che ho tradotto per renderlo disponibile a tutti, al di là della barriera linguistica.

Aveva le premesse di una giornata perfetta, invece tutto quello che avevo sentito fino a quel momento era rabbia.

Rabbia mentre spegnevo la sveglia, rabbia mentre correvo nel silenzio della città ancora addormentata, rabbia mentre preparavo il caffè.

Se mi fosse capitato un paio di anni fa, avrei buttato giù. Avrei fatto finta di niente, all’esterno andando avanti come se niente fosse (che gli impegni si rispettano, che sul lavoro non si portano le proprie paturnie, che se tanto non si può risolvere allora non vale nemmeno la pena parlarne), dentro accumulando frustrazione e un groviglio allo stomaco cacciato sempre più nel profondo. 

Se in generale con le emozioni non avevo una grande dimestichezza, figuriamoci con le emozioni negative: avevo paura della tristezza che ero certa mi avrebbe mandato a fondo, facevo tacere l’invidia che fa di te una brutta persona.

Negavo la rabbia, la negavo anche a me stessa.

Da un po’ più di un anno a questa parte, però, non posso fare finta di niente: è entrata nella mia vita in modo evidente. Negli ultimi mesi anche come espressione della negoziazione con gli eventi esterni. Ma già da prima, come reazione ai progetti che non erano andati come avrei desiderato, alle persone da cui mi ero sentita tradita e delusa, per ogni circostanza che mi ricordava che il controllo e la sicurezza che avevo sempre esibito non erano poi così solidi come avrei voluto (far) credere.

Come molti rispondevo all’imprinting sociale per cui la rabbia non va bene, ma non sapevo allora cosa potevo farne.

Finché non ho deciso che se sfuggirla non aveva portato a niente, forse dovevo fare l’esatto opposto – e andarci dentro.

Nel mio apprendistato emotivo, infatti, ho imparato che le emozioni non sono conseguenza necessarie, ma ipotesi. Interpretazioni di segnali fisiologici che andiamo ad associare al nostro vissuto, per decodificarle e reagire in modo appropriato. Così, quella mattina, alla rabbia ho reagito provando ad ascoltarla, meglio ancora a farle delle domande.

Che quella mattina dovessi parlare di leadership, e di leadership coraggiosa, non era certo un caso.

La mia rabbia era una scappatoia: dalla stanchezza di settimane riempite all’estremo quasi a compensare il senso di colpa di quelle precedenti che mi apparivano così vuote e senza risultati, dall’insicurezza di un progetto ambizioso di cui a volte non mi sento all’altezza.

Dal costante dubbio di non fare abbastanza, non sapere abbastanza, non essere abbastanza.

Le emozioni sono ipotesi, e se le interroghiamo in realtà facciamo domande a noi stessi. E poi dobbiamo darci delle risposte. A volte quando sfido così le mie convinzioni, chiedendo loro di articolare le motivazioni su sui si basano, la vedo sparire quasi senza lasciare traccia. Altre volte le vedo perdere forza lasciandomi di fronte ai veri motivi, quelli che avrei voluto nascondere, quelli che davvero mi mettono alla prova.

Quella mattina mentre pedalavo ho capito che la rabbia mi diceva che non andavo a tenere una lezione sulla leadership ma iniziavo un percorso condiviso.

Leadership significa che non potevo propormi come guida senza espormi con la stessa onestà che chiedevo alle altre partecipanti. 

Se infatti il leader è “Chiunque si prenda la responsabilità di cercare il potenziale di miglioramento di persone e processi, e che ha il coraggio di impegnarsi in prima persona perché quel potenziale si possa realizzare”, quel “chiunque” devo esser prima di tutto io.

Perciò, sì, da grande voglio cambiare il mondo. 

Che non è una frase da idealista con la testa tra le nuvole o da megalomane con manie di protagonismo. È una frase che scrivo con i piedi ben piantati a terra, perché credo che le cose possano essere cambiate solo così, un gesto alla volta, una persona alla volta

Ho iniziato quella mattina piena di rabbia e ne sono uscita piena di gratitudine. Perché è vero che mostrarsi è rischioso. È vero che raccontarci ci espone alla possibilità di non essere compresi, di dover riformulare i nostri obiettivi, a volte anche di doverli mettere da parte, almeno per un po’.

Ma io da grande voglio cambiare il mondo, perché per me è questa l’essenza della leadership. 

Prendermi la responsabilità di metterci tutta me stessa, di andare anche contro il consueto, di portare avanti quello in cui credo. 

Di dirlo forte e chiaro, di agire in coerenza i miei valori. Perché solo così posso portare davvero valore.

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