#seguilatuabussola – Texas, nuvole e vulnerabilità

È la terza volta che passo per il Texas, ma non posso certo dire di conoscerlo. Forse di avere raccolto qualche tessera in più del puzzle, ma non so se questo fa più chiarezza, o più confusione.

La prima volta ci sono arrivata per partecipare a un matrimonio. Che si sa che sono allergica a tutte le cerimonie, e in realtà io gli sposi nemmeno li conoscevo. Ma figuriamoci se mi facevo scappare l’opportunità: Dallas, la comunità italo-americana, le enormi case dei suburbs, i festeggiamenti fino a tarda notte.

La seconda volta ero a nord, lungo la traccia della Route 66, attraverso cittadine che si aggrappano alla nostalgia di un passato di vacanze fatte caricando la famiglia in auto e guidando giornate intere, di un’iconografia pop che cerca di sopravvivere nei motel restaurati e nei menu dei diner, lungo una strada uguale a se stessa da mezzo secolo.

E stavolta, la terza, non lo so ancora cosa cercavo nelle centinaia di miglia che ho percorso andando sempre più a ovest. Partendo da svincoli a otto corsie, attraversando pianure interrotte da edifici simili a sogni, o miraggi, arrampicandomi fino al buio per vedere le stelle, rincorrendo la meraviglia che solo la natura mi sa regalare.

Di certo so che sono venuta fin qui per Brené Brown.

Ricercatrice, scrittrice, formatrice, diventata famosa per un TED Talk del 2010 che è stato visualizzato più di 40 milioni di volte, parlando di un tema complesso e difficile da dire come la vulnerabilità.

Ricordo la prima volta che ho visto questa texana bionda con un’improbabile camicia marrone, che si presentava sul palco dicendo:

“Io sono una narratrice. Sono una ricercatrice qualitativa. Colleziono storie; questo è ciò che faccio.

Non è semplice pensare a un ricercatore come a un narratore. Ma le storie sono “dati con un’anima”, perché sono ciò che dà sostanza alle parole. E le parole, a loro volta, sono il modo con cui gli esseri umani cercano di dare un senso alla vita e ai suoi accadimenti, e di condividere questo senso con gli altri.

Uno degli istinti più naturali della nostra specie, quello di comunicare. Uno degli esercizi più complessi, frustranti e a volte impossibili che ci troviamo ad affrontare.

La Brown inizia la propria ricerca cercando di comprendere le basi su cui costruiamo e coltiviamo la nostra connessione con altri esseri umani, e rimane quasi spiazzata quando si ritrova a trattare di vulnerabilità e vergogna.

Due parole che ci chiudono la bocca, più che aiutarci ad entrare in contatto.

Perché non sta bene, perché non sappiamo da dove iniziare. Perché è esattamente il loro meccanismo, quello di farci sentire isolati nella nostra inadeguatezza, di convincerci che non possiamo ammettere la nostra paura perché sarà usata contro di noi, di farci credere che la sola difesa è quella di nasconderci dietro una maschera, o attaccare per primi.

Una corazza in cui mi riconoscevo perfettamente. Una barriera costruita per parare i colpi che possono arrivare dall’esterno, ma che finisce per diventare una trappola. Perché tiene tutti a distanza, e non distingue tra le sensazioni belle e quelle più complicate, rendendole tutte più piatte e meno vivide.

Come sono arrivata qui? A essere sincera, non lo so.

Mi sembra di non aver nemmeno scelto di iniziare a smontare un pezzetto alla volta la mia corazza. È successo, e una volta iniziato non credo sia possibile tornare indietro. Non credo che nessuno lo possa volere. Perché aprire uno spiraglio sulla tua vulnerabilità imperfetta, quella che credevi debolezza e che nascondevi accuratamente agli altri – e persino a te stessa – ti fa scoprire che in realtà è proprio quella la tua parte più autentica.

Quella che ha bisogno di essere vista, e accolta.

La Brown osserva che chi vive con maggiore pienezza la propria vulnerabilità ne parla “come di una cosa necessaria, (come) fare qualcosa quando non ci sono garanzie di successo, (…) smettere di controllare e prevedere.” 

Così ho iniziato a sperimentare in prima persona cosa succede, quando si prova a superare la protezione della propria comfort zone, le aspettative delle regole non scritte in cui siamo immersi. 

Non sono coraggiosa.

Ho paura dell’altezza e delle città caotiche, dei temporali e di non essere all’altezza dei sogni che faccio.

La differenza rispetto a prima è che se sono convinta ne valga la pena, non mi faccio fermare dalla paura.

Ho osservato la resistenza e le scuse che racconto a me stessa quando mi trovo di fronte a qualcosa che so di non poter controllare – quando condivido un’idea che potrebbe non piacere, quando propongo ciò che ho scritto con il timore di non ricevere nemmeno un cenno di risposta, quando chiedo ciò che desidero pur sapendo che potrei non ottenerlo.

Non si può attutire il colpo delle emozioni che ci fanno male senza smorzare anche la forza di quelle positive.

È una gran fatica, che richiede di allenarsi a vivere la propria vulnerabilità giorno per giorno. Da quando ci sto provando ho ricevuto molti più “no”, ho pianto molte più volte, e altrettante mi sono chiesta “ma cosa cavolo sto facendo?”.

Ma ogni volta sono più felice delle cose che ho fatto, chiesto, detto, che di quelle che sono rimaste lì, in sospeso e inespresse.

“Coraggio viene dal termine latino cor, che significa cuore – ciò che serve a raccontare la storia di chi tu sei con tutto il tuo cuore”

In fondo è grazie a quei sogni di cui continuo a non sapere se sono all’altezza che stavolta sono arrivata fino in Texas.

E che mi rendono quella che sono: impaurita, imperfetta, ma sempre più me stessa.

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