La trappola del tempo e come disinnescarla

Francesca vorrebbe un po’ di tempo per frequentare qualche corso, per uscire a fare una passeggiata, magari per sdraiarsi sul divano a leggere un libro. O per fissare il soffitto, o addirittura per tenere gli occhi chiusi e non pensare a niente.

Giovanna lavorava in un posto che non le dava né soddisfazione né uno stipendio degno di questo nome. Dell’essere freelance ha accolto con entusiasmo la possibilità di seguire tre progetti che più diversi l’uno dall’altro non si potrebbe. Ma spesso mi scrive a notte fonda, perché quando il tempo di giorno non basta è così facile non dormire per recuperare un po’.

In fondo, io che punto alla 25esimaora non ho nemmeno esagerato.

Sempre più persone si ritrovano a sognare giornate fatte di 48 ore, o anche di più.

Cosa succede a tutto il tempo che abbiamo a disposizione?

La gestione del tempo è stato, e probabilmente è ancora, uno degli argomenti più gettonati della formazione aziendale, ma in una società in cui il confine tra vita professionale e vita personale è sempre più permeabile, probabilmente dovremmo provare a ripensare il concetto da capo.

Da una parte perché, se ci fermiamo un secondo a riflettere, ci rendiamo immediatamente conto che pensare di gestire il tempo è un concetto logicamente assurdo. Il tempo va, e fa quello che vuole. È una di quelle cose che non possiamo determinare, e probabilmente proprio questa pretesa di controllo è una delle radici della nostra ansia, invece che uno strumento per gestirla.

Dall’altra perché sappiamo altrettanto bene che la nostra visione del tempo è determinata dalla nostra percezione. A volte sembra correre a perdifiato – tipicamente se abbiamo una scadenza pressante, o se ci stiamo godendo un momento che vorremmo non finisse mai. Altre volte sembra rallentare indefinitamente, se siamo in fila allo sportello, o se aspettiamo una risposta che non arriva.

Il tempo è sistematico, nel suo andare sempre nella stessa direzione rifiutandosi cocciutamente di fermarsi.

E il tempo è irrazionale, nel nostro modo di percepirlo da un estremo all’altro dello spettro emotivo.

Cosa possiamo fare per smettere di affannarci a gestire il tempo e iniziare a prenderci cura di lui e di noi stessi?

Laura Vanderkam da anni propone il suo metodo per uscire da quella che definisce la trappola delle 24 ore: la convinzione che per avere una vita felice, piena e in equilibrio dovremmo riuscire a fare tutto ciò che per noi è importante nell’arco di ventiquattro ore.

Il che tende a finire in un clamoroso senso di fallimento. E non solo per Francesca, Giovanna, o per me. Ma, con buona approssimazione, per un’ampia percentuale di chi cerca di tenere insieme i pezzi di famiglia, lavoro, amici, passioni e impegno. 

La Vanderkam parte da un’idea banale quanto efficace.

Pensiamo alle nostre vite suddividendole non in giornate, ma in settimane.

Per la parte logica del nostro cervello, quella che sa di non poter negoziare con il tempo per avere un’ora in più, significa iniziare a ragionare su una prospettiva del tutto diversa.

168 ore, ecco il numero che ci troviamo davanti.

Basta guardare le pagine di un’agenda per vedere quanto spazio c’è in una settimana. Lavorando otto ore al giorno e dormendone altrettante ogni notte, ci restano 72 ore per fare tutto il resto.

Un sacco di tempo.

Uscendo dalla trappola delle 24 ore, abbiamo subito un altro vantaggio.

Non dobbiamo fare le stesse attività ogni giorno, e non dobbiamo farle nello stesso momento della giornata. 

Ma possiamo sperimentare quando pianifichiamo le nostre attività (se siamo della squadra di chi pianifica) o seguire in modo più libero l’ispirazione del momento (se siamo dalla parte di chi fa). 

Francesca mi ha raccontato che, dopo aver partecipato al workshop Sì Viaggiare in cui l’avevo fatta lavorare con pennarelli colorati e fogli A3 (il pensiero ha bisogno di azione, colore… e spazio!), ha deciso che la sua agenda delle attività sarà fatta di una bacheca ben visibile su cui attaccare una serie di post it colorati – le attività della settimana tendono ad essere abbastanza standard, e in questo modo vuole provare a spostare i vari tasselli fino a trovare la composizione che va meglio per lei.

L’altro spunto mi è venuto da Monica Spinazzola e dal suo workshop sulla gestione del tempo e dei progetti proposto da Le Spezie Gentili come tappa della (utilissima) Formazione a Colazione.

Monica è un’assistente virtuale, quindi di come registrare il proprio tempo per utilizzarlo nel modo più efficace e valorizzarlo ai clienti ne sa parecchio. Io sono una programmatrice seriale, quindi appena le ho sentito nominare Toggl, un’app che aiuta a tracciare le proprie attività, sono rimasta folgorata.

Non perché volessi uno strumento che mi aiutasse a lavorare di più. Ma uno strumento per lavorare meglio.

Ho appena iniziato a sperimentarlo, ma già vedo piccoli segnali che osservo con interesse.

  • Tracciare il tuo tempo ti aiuta a non saltare da un’attività all’altra e a non raccontartela

Toggl funziona come un cronometro, quindi una volta che è partito misura inesorabile. Se mi distraggo per guardare un sito, controllo la posta, scrivo un messaggio che altrimenti mi dimentico, lui va avanti imperterrito. E io lo so, e lo sa il mio imprinting un po’ rottermeier che, in qualche modo, in quel momento sto barando.

  • Tracciare il tuo tempo ti aiuta a sapere quanto ci metti veramente a fare le cose.

Da quando non lavoro in azienda, mi sono resa conto di quanto “il contenitore” faccia la differenza. Lì non mi ponevo il problema di quanto stessi lavorando, se garantivo la mia presenza e portavo i risultati che erano stati concordati. Da freelance i risultati li concordi solo con te stesso (forse, se riesci a farti un piano d’azione ben chiaro), e misurare il tempo che spendi per ogni attività ti offre una chiarezza del tutto differente sul rapporto tra costi (mentali, emotivi, di tempo) e benefici (di soddisfazione, economici, investimento).

  • Tracciare il tempo ti aiuta a lavorare davvero quando lavori, e staccare davvero quando stacchi.

Il che, senza dubbio, è il mio vero obiettivo (e la mia vera sfida).

Sono solo all’inizio, e ancora non posso garantire il risultato. Ma dicono che per padroneggiare qualcosa servono 10mila ore di allenamento.

Ho ancora parecchia pratica da fare, insomma. Vi tengo aggiornati 🙂

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