(R)Esistere

Resilienza e resistere

Pietro Trabucchi è esattamente come te lo aspetti dopo aver letto i suoi libri. Fisico asciutto, età indefinibile, uno che appena apre bocca ti fa capire che alle parole preferisce i fatti.

E in effetti, in questo giovedì sera milanese in cui è stato invitato a parlare di resilienza, non si perde in chiacchiere.

Ho letto Certo, sono di parte. Da maratoneta come potevo restare indifferente a chi abbraccia la teoria secondo cui l’origine della nostra forza di volontà è da individuare nelle infinite battute di caccia con cui l’uomo primitivo sfiniva le prede per poterle poi assalire?

Guardiamoci allo specchio. Dal punto di vista evoluzionistico siamo degli animali che avrebbero ben poche possibilità di sopravvivere, se ci affidassimo alla sola forza fisica. Così per millenni abbiamo fatto affidamento sulla nostra motivazione e sulla capacità di sopportare, per raggiungere un obiettivo.

La resilienza.

Oggi il paradigma sembra essere cambiato. E pare esserci una gran confusione.

Da un lato abbiamo perso, o per lo meno ridotto drasticamente, la nostra abitudine ad accettare il disagio.

Non che nello stare comodi ci sia niente di male, sia ben chiaro. Io per prima sono ben felice della mia doccia calda e di non dovermi procurare il prossimo pasto andando a caccia. Ma stiamo riducendo drasticamente il nostro raggio d’azione in nome della comodità

Dall’altro sembriamo sentire sempre meno responsabilità diretta sui risultati delle nostre azioni.

Se una cosa non ci riesce subito bene, troppo spesso ci convinciamo che non faccia per noi e lasciamo perdere. Ci rifacciamo a quella visione di talento come abilità innata che offre immediato accesso al risultato. Quasi per magia. Alla faccia degli studi che ci raccontano invece che, a partire dalla base iniziale del talento, chi arriva all’eccellenza lo fa mettendoci di mezzo almeno diecimila ore di esercizio intenzionale, quello che ti porta fuori dalla comfort zone, ad affrontare ciò che non sai fare bene o non sai fare per niente.

In generale, abbiamo poca voglia di fare fatica.

Ascoltiamo la parte più antica e profonda del nostro cervello, quella legata alla sola sopravvivenza e quindi responsabile della gestione dello sforzo. Quella che sussurra “Ma chi te lo fa fare” al musicista che ripete per l’ennesima volta il brano, al nuotatore che fa un’altra virata, allo scrittore che non riceve nemmeno risposta al proprio manoscritto. Oppure a noi quando prendiamo la borsa della palestra dopo una giornata di lavoro.

Lo fa per proteggerci, certo. Dal suo punto di vista il dispendio di energia non finalizzato è del tutto insensato. Ma, d’altra parte, abbiamo scoperto nuove terre e costruito civiltà perché invece abbiamo ascoltato i nostri lobi prefrontali, quelli che ci spingono alla curiosità e ad acquisire nuove capacità.

Se non vogliamo accontentarci di restare dove siamo, dobbiamo allora allenare questa parte del cervello, sviluppando la nostra resilienza.

 

Ero convinta che essere resiliente e resistere fossero tutto sommato la stessa cosa.

Alla fine, si tratta sempre di non cedere, di sopportare quando le circostanze non sono favorevoli. Ultimamente, però, mi sono convinta che di differenza ce ne sia molta.

Resistere indica staticità.

Come se il mondo ci stesse assediando e noi reagissimo provando a chiuderlo fuori. In questo modo, però, la maggior parte della nostra energia è concentrata proprio sul problema, che è il nostro avversario da combattere – per cambiarlo, cancellarlo, annientarlo.

Ma è sempre possibile cambiare le circostanze fuori di noi? Tutt’altro. 

La resilienza parte dal riconoscimento e dall’accettazione di quello che è.

Il contesto in cui ci muoviamo, il tempo e lo spazio che abbiamo a disposizione, l’aiuto che possiamo ricevere o gli ostacoli che dobbiamo superare.

È un concetto complicato, per chi è abituato a resistere. Accettare sembra una dichiarazione di fallimento, di non sono abbastanza. Mentre la verità è che, per cambiare, prima di tutto dovremmo partire dal riconoscere dove siamo.

Non possiamo cambiare il mondo con uno schiocco di dita. Ma se sappiamo dove ci troviamo possiamo tracciare una mappa per i prossimi passi.

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