L’eterna lotta tra chi pianifica e chi fa

Pensavo di essere una che fa, non una che pianifica.

Per la prima volta mi avevano assegnato un progetto tutto mio, ed era il momento della valutazione di fine anno con il nuovo capo. Avevo sempre avuto una routine ben delineata, e il rapporto con il responsabile era semplice: lui riceveva un compito, lo smistava alla squadra, e ciascuno faceva la sua parte senza troppe domande. Adesso che avevo provato cosa significa doversi dare autonomamente delle priorità, però, mi sentivo in difficoltà. Me l’ero cavata, ma non ero così certa di aver gestito al meglio la situazione. Lui, invece, aveva un’opinione diversa: riteneva che l’organizzazione fosse il mio punto di forza, e che l’azione ne fosse solo la conseguenza.

Ma chi pianifica e chi fa sono davvero mondi contrapposti?

Ho capito con il tempo che, come per la maggior parte delle cose, è questione di punti di vista. Lavoravo in un’azienda che valorizzava l’azione, e forse doveva ancora crescere nel proprio concetto di pianificazione. Il mantra era: inizia a fare, che a chiederti se sia il modo migliore c’è sempre tempo. Nella peggiore delle ipotesi, sarai un passo davanti agli altri.

Ora – da viaggiatrice so quanto è importante definire il proprio itinerario, se non si vuole finire con il girare a vuoto. Ma da viaggiatrice on the road so quante piacevoli sorprese possiamo incontrare sul nostro percorso. Per seguirle, qualche volta dobbiamo lasciarci andare a una traccia non pianificata, e vedere dove ci porta.

Così, visto che non c’è momento migliore dell’inizio dell’anno per provare a capire cosa possiamo imparare da chi pianifica e da chi fa, ho provato a ripartire dalla basi.

Chi pianifica

Ce lo immaginiamo immerso in file excel, diagrammi, calendari. Ce lo immaginiamo logico e razionale, capace di dare un peso e un tempo a ogni attività. Forse ce lo immaginiamo anche un po’ noioso, lento e rigido.

Se è il nostro opposto, ci può insegnare a:

  • Non perdere la direzione a un bivio inatteso, perché di fronte a una deviazione sa mantenere un occhio sulla bussola;
  • Dare una struttura alle informazioni che ci mancano, perché non si accontenta finché non si sente preparato su quello che lo incuriosisce;
  • Avere chiara la migliore soluzione possibile, perché ci ricorda che se la perfezione non esiste, possiamo però avvicinarci a quello che è perfetto per noi.

Chi fa

Ce lo immaginiamo pieno di energie, estroverso, con la parlantina rapida. Oppure uno che si mette a testa bassa, di quelli che non si fanno troppe domande ma preferiscono intanto partire. Uno che arriva alla meta, ma magari nel mezzo fa una gran confusione.

Se è questo il nostro opposto, ci può insegnare a:

  • Non entrare nel panico in caso di imprevisto, perché ha sempre una soluzione alternativa e affronta gli ostacoli uno alla volta;
  • Imparare fuori dagli schemi, perché non si limita a studiare prima di iniziare ma si fa soprattutto domande su quello che scopre mentre lo sta facendo;
  • Gestire la sindrome dell’impostore, perché preferisce un discreto prototipo ad un prodotto perfetto che non arriverà mai.

Ognuno di noi ha in sé una parte che organizza e una che fa. Pianificare ci permette di risparmiare energie una volta iniziato un progetto, perché invece di dover prendere continue decisioni possiamo seguire la strada che abbiamo già tracciato. Fare ci serve per trovare il coraggio del primo passo, anche quando non ci è ancora chiaro quali saranno i successivi.

Non c’è un unico modo migliore, c’è il modo più funzionale per adattarsi alle specifiche circostanze.

Per un nuovo progetto saremo chi pianifica nel raccogliere le informazioni per costruire delle fondamenta solide, ma non potremo fermarci a programmare nel dettaglio ogni singola mossa. Dovremo diventare chi fa per guardare gli ostacoli senza immaginarli insormontabili solo perché non li avevamo presi in considerazione, per chiudere gli occhi e decidere di provare.

Ogni anno che inizia è come un’ antica mappa, su cui seguire con un dito le tracce di carovane ed esploratori in direzione di quella scritta che atterrisce e affascina insieme.

Terra incognita.

Quest’anno ho deciso che i miei obiettivi, la mia pianificazione, li avrei raccolti proprio in questo modo. La prima notte dell’anno ho steso sul tavolo una mappa e ho iniziato a farla mia. Ho scritto la parola che mi guiderà per i prossimi dodici mesi, ho messo nero (o meglio verde, arancione, azzurro) su bianco i risultati che voglio raggiungere.

Una mappa per i biglietti aerei comprati e per i luoghi che sceglierò o capiteranno, per le strade tracciate e quelle che ancora non conosco. Una mappa per le cose da imparare, per i libri da leggere, per le persone che mi regaleranno nuove parole.

Parole in cui incontrare la loro storia, ma anche la mia.

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