I nomadi non hanno storia, hanno solo geografia (G. Deleuze)

Sono fortunata. Quando ero piccola, i miei genitori ci hanno fatto viaggiare parecchio. Anche se in cinque non era una passeggiata, caricare armi e bagagli e trovare il modo di tenerci sufficientemente occupati da non perdere il senno prima dell’arrivo. Sono fortunata perché mi hanno permesso di guardare oltre il muro di cinta del giardino di casa e, ancora di più, di imparare a vedere la bellezza meno scontata. E così, di imparare anche cosa fosse per me, la bellezza.

Sul sedile posteriore c’era sempre l’atlante stradale.

Da bambina, per me era un libro da aprire, sfogliare, in cui perdermi. Quei nomi così strani, quei luoghi che esistono non solo sulla carta ma anche nella realtà. Le mete, in quei viaggi, raramente erano quelle più canoniche. Ho visto Roma per la prima volta a vent’anni, da sola, ma avevo visitato Aquileia e il Friuli. Firenze era stata una tappa rapida tornando dalla Maremma. Andavamo in Abruzzo e scarpinavamo per il Parco Nazionale. Ricordo le strade di Spello, le vecchiette vestite di nero che lavoravano al tombolo. Già allora le cose nuove mi entusiasmavano, ricordo di aver cercato in ogni modo di farmi regalare tutto l’occorrente per imparare a fare quei pizzi delicati. Chissà. Forse avrebbe portato a una storia tutta diversa. O forse no.

Figuriamoci quindi quando ho scoperto che a Córdoba, città universitaria sviluppatasi attorno all’originario nucleo gesuita, il Museo Histórico de la Universidad ha una mostra permanente dedicata a libri antichi e mappe del Sudamerica, disegnate dalla scoperta ai giorni moderni. Non solo sono andata per la visita guidata, ascoltando affascinata le spiegazioni e gli aneddoti sulla produzione dei pezzi lì raccolti, ma sono anche tornata per rivedere le mappe ad una ad una, perdendomi come da bambina in quei nomi che, nelle prossime settimane, stanno per diventare veri luoghi in cui potrò camminare.

Il concetto di mappa mi affascina. Rappresentazione del mondo, certo. Ma per chi, rispetto a quali parametri, con quali obiettivi?

Tra le mappe in mostra, ancora per tutto il Seicento i cartografi indicavano la presenza di mostri marini nei mari più remoti. Penso alle antiche immagini che tracciavano la fine del mondo presso le colonne d’Ercole. Per i Romani e forse addirittura i Fenici, mappa era più modestamente la rappresentazione, fatta su un panno da parte degli agronomi, degli appezzamenti di terreno. Ma poco alla volta, questo termine che indicava inizialmente il materiale su cui questi disegni erano tracciati è arrivato a comprendere un senso che rimanda non solo alla realtà fisica dello spazio ma, in modo ben più ampio, alla sua interpretazione.

Così, iniziando ad immaginare questo viaggio, mi è venuto spontaneo disegnarne la mappa.

Credo sia una questione legata alla mia modalità naturale di interagire con la realtà. Sono molto visiva, ma ho anche una forte componente tattile. Così, mettere su carta la mia mappa personale diventa un modo per prendere possesso in maniera diretta di un luogo, ancora prima di metterci piede.

Rifletto sulla duplicità dell’informazione, della chiave di lettura che con una mappa forniamo al nostro interlocutore.

Può diventare strumento che libera e apre ad ulteriore scoperta ma anche, al contrario, creare o rafforzare vincoli. Che sia per volontà di manipolare o perché ciò che sappiamo è limitato, poco conta. Le barriere potranno anche non esistere nella realtà, ma se sono date per vere nella nostra rappresentazione del mondo, possono comunque diventare un ostacolo insormontabile. Certo, abbiamo superato le colonne d’Ercole e i mostri marini. Ma le rappresentazioni che ci sono più familiari continuano ad esempio ad essere fortemente influenzate dal tradizionale planisfero di Mercatore, che con la deformazione determinata dall’appiattimento della superficie sferica della terra, con criteri che oggi mostrano tutti i loro limiti, ci hanno consegnato una visione del mondo a dir poco distorta. Centrata sull’Europa e il nord del mondo. Completamente starata nelle dimensioni proposte. 

Su questo, per altro, ammetto che sono colpevole su tutta la linea. Anche io ero convinta che il Sudamerica avesse approssimativamente la stessa estensione dell’Europa. Sto imparando sul campo che è grande più o meno il doppio.

E si sa, la conseguenza di una mappa non ben tracciata è il rischio di perdersi.  

A me capita spesso. Un po’ come Alice nel Paese delle Meraviglie che insegue il Bianconiglio giù per il tunnel, dimentico le strade tracciate per inseguire quello che mi attira. Non ho quindi nemmeno bisogno di un complice. Faccio tutto da sola. Parto dalla mia mappa della città, un foglio stampato come tanti altri in cui però ho provato ad unire i puntini dei luoghi che voglio vedere. La curiosità, poi, prende il sopravvento. E mi ritrovo a seguire suggestioni di percorsi non segnati, senza chiedermi più di tanto quale sarà la curva successiva.

In fondo, è così che ci si perde ma anche che si scopre.

In un corridoio dell’università trovo una sala dove si può osservare il pendolo di Foucault. In un angolo del Parque Sarmineto scopro che quel puntino che sulla mappa era indicato come Vuelta al Mondo è una ruota panoramica dell’ottocento, pare disegnata da Gustave Eiffel. Non ho la più pallida idea di cosa ci faccia qui, vado ad approfondire. Scopro che non è la sola opera che gli viene attribuita. Pare che all’École Polytechnique di Parigi avesse conosciuto Carlos Cassafouth, ingegnere argentino di Cordoba. E che da lì siano nate queste opere per abbellire la città. Non si sa se la ruota sia stata veramente costruita su disegno di Eiffel, non risulta ne abbia mai fatte altre. Ma sono affascinanti, queste associazioni improbabili, questi incroci inattesi.

Oltre la collina si estendono a perdita d’occhio i nuovi campus, aule e zone per studiare aperte a tutti. Cammino al sole, vado da un edificio all’altro, mi avvicino ad un murales. Finché l’area verde termina, incrocio un binario e mi chiedo dove diamine sono. Appunto, mi sono persa. L’area, naturalmente, è fuori dalla mappa con cui ero partita. Non mi turbo più di tanto, so cosa fare. Torno sui miei passi, cercando qualcosa di familiare. Un indizio. Il bordo della mappa.

In fondo esplorare non è proprio affacciarsi oltre il limite di quello che è già disegnato?

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