Alla ricerca di El Dorado

 

È come se i viaggi crescessero, un giorno alla volta, ciascuno con la propria personalità. Solo che difficilmente ce ne rendiamo conto, perché ben poche sono le occasioni in cui gli diamo il tempo per esprimerla.

Avevo già avuto questa sensazione in passato, quando nell’itinerario studiato a tavolino faceva capolino l’imprevisto. Non quello fastidioso. Quello che ti chiama. Quello che ti incuriosisce. Quello che ti dice di (sof)fermarti.

Quasi sempre non puoi. O non vuoi.

Stavolta, invece, avanzo lenta. La strada davanti a me è tracciata solo a matita. A Cordoba avevo scoperto che da Buenos Aires stavo risalendo il Camino Real, il percorso che dalle ricche miniere di argento della Bolivia portava al porto sul Rio de la Plata, da cui le ricchezze prendevano il mare verso le casse spagnole.

Così, eccomi a Potosì.

Molti la saltano a piè pari, snobbata in favore di Sucre, la capitale costituzionale della Bolivia, la Città Bianca. Ma, a quanto pare, il Camino Real aveva deciso di farmi arrivare fin qui. Ed è bastata una manciata di minuti nelle sue strade per conquistarmi. Non saprei dire se Potosì sia bella nel senso classico della parola. Certo, ha un’ampia piazza centrale su cui affacciano la Cattedrale e il Cabildo, viuzze strette che si arrampicano fiancheggiate da palazzi in stile coloniale e una chiesa ad ogni angolo. Ma mostra anche contraddizioni che raccontano qualcosa che va oltre la superficie. Nelle sue crepe, nei suoi balconi di legno che avrebbero urgente bisogno di manutenzione.

I due simboli della città, uniti e contrapposti, sono la Casa della Moneda e il Cerro Rico.

Prima di tutto, infatti, uno si domanda come gli spagnoli abbiano potuto pensare di costruire una città proprio qui, a quattromila metri e spiccioli, in mezzo a montagne brulle, con la notte che anche d’estate si avvicina a zero gradi.

La risposta, appunto, è il Cerro Rico.

I nativi la conoscevano bene, questa vetta. Quasi sicuramente sapevano anche cosa custodiva nel suo ventre. Ma non l’avevano toccata, per loro era sacra, il Sumaj Orcko, la bella montagna. Poi però arrivano gli spagnoli, e non vanno tanto per il sottile. Già erano parecchio indispettiti di non aver ancora trovato El Dorado. Per lo meno qui avevano trovato un monte tutto d’argento. Va bene, non sottilizziamo. Non sarà stato esattamente un unico blocco di prezioso metallo, ma ce n’era pur sempre a sufficienza da costituire per un paio di secoli la metà della produzione mondiale.

Ed ecco la Casa della Moneda.

Gli spagnoli decidono di battere conio nel Nuovo Mondo, fondano zecche nelle varie province, la più importante è naturalmente quella di Potosì. Oggi trasformata in museo, per celebrare l’epoca in cui era la città più popolosa delle Americhe.

Il Cerro Rico non si vede dalla piazza centrale, ma bastano pochi passi per ritrovare la sua mole a vegliare sulla città. Nel sole è un perfetto cono dalle sfumature ocra. Dentro, è un labirinto di quattordici livelli che scavano sempre più a fondo. Dentro, è quanto di più simile alle bolge dantesche io riesca ad immaginare. 

Le miniere si possono visitare. 

Sono stata molto incerta sul da farsi. Qualche ora a guardare delle persone che lavorano come se l’epoca coloniale non fosse mai finita. Alla fine sono andata, per vedere con i miei occhi, per sapere che esistono veramente situazioni così. Imbacuccata in tuta, stivali e casco ho seguito la guida attraverso i cunicoli e le scale. Non è un parco giochi, devi sbrigati per non intralciare i minatori che spingono sui binari, a mano, vagoncini pieni di roccia grezza da cui estrarre ciò che vale.

Quando risaliamo, sento da lontano l’aria che entra dall’imboccatura, gli occhi faticano alla luce, la mascherina è striata di sabbia rossa. Ed è passata solo un’ora.

Ti chiedi come si possa vivere così.

La risposta è semplice: qui non c’è una reale alternativa. Di padre in figlio, i minatori sperano ancora di trovare una nuova vena d’argento. L’aspettativa di vita è accorciata drasticamente, che sia per le polveri respirate o per gli incidenti di un lavoro. Così solo i più anziani usano la dinamite e tutti si affidano al Tio, rappresentazione a metà fra il demonio e le divinità native, elemento maschile che può fecondare la madre terra Pachamama e portare nuova ricchezza. Purtroppo non sempre la protezione di Tio è sufficiente. Le gallerie che si inseguono e intersecano a volte crollano, chiudendosi per sempre su chi ci stava lavorando.

Torno alla città. Forse quello che mi piace è che nonostante tutto sia così viva. Che tutti siano in movimento.

Che si provi a combattere la povertà con l’immaginazione, vendendo fette di torta, ortaggi coltivati nel proprio orto, erbe di campo raccolte pazientemente. Vorrei avvicinarmi, pur consapevole di non poter pretendere di capire fino in fondo. Ma, forse, anche un piccolo gesto può dare una mano. Cerco sempre di evitare di restare impigliata nella bolla a uso e consumo dei turisti.

Stavolta provo a fare un passo in più.

Allungo lo sguardo, fuori dalle vie del centro. Dove non solo non esistono i menu turistici ma nemmeno quelli tradotti in inglese. Mi avvicino alle signore che, sedute su uno sgabello, propongono humitas tenute al caldo in una pentola coperta da un canovaccio. Chiacchiero con Maria Vittoria che mi prepara un frullato di “frutta che non trovi nel tuo Paese!”. Mi siedo a mangiare in uno dei banchi del mercato che all’ora di pranzo si trasformano in minuscole cucine. Io, una famiglia, la signora che osserva attenta la mia reazione mentre assaggio. Riso, una salsa piccante, verdure. È buonissimo.

Mi sento al posto giusto.

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