Istruzioni per perdere la strada

Istruzioni per perdersi e trovarsi - cuesta de obispo Argentina

Da bambina non credo di essermi mai neppure immaginata, a quarant’anni.

Quando hai dieci anni e ti arrampichi sui rami di un albero di fichi come personale atto di ribellione, per conquistare e scoprire l’ignoto, è inconcepibile pensarti adulto, in quel mondo che appartiene ai tuoi genitori e che per te è incomprensibile e distante anni luce.

Le cose non cambiano molto qualche anno dopo, quando da adolescente immagini una netta linea di demarcazione tra le tue incertezze e la solidità di essere grandi. Pensi che un giorno ci arriverai.

Come se fosse tutta una questione di perdersi e di trovarsi.

Ecco, nel caso ci fosse qualche ventenne in ascolto – tutte balle, mi spiace.

Ho un anno in più, e l’unica cosa che ho capito di me stessa è che l’impresa di imparare a conoscermi sarà un impegno che durerà tutta la vita.

Perché trovare non è un verbo statico, indica forse un istante di chiarezza, che lascia però ben presto lo spazio al dubbio successivo.

“Che cosa fai?”

Da gennaio ho rinunciato ad avere una risposta facile a questo interrogativo apparentemente innocuo, che in realtà racchiude una visione del mondo ben precisa. Ti chiedo cosa fai perché ho bisogno di associarti a dei parametri standard, per incasellare ordinatamente le informazioni, per averle ciascuna al proprio posto. Ti chiedo cosa fai per inserirti nella rete di aspettative che identificano ciascuno di noi con il suo lavoro, il contributo che porta, il suo modo di vivere.

Ma è tutto qui?

Chi sono, chi sono nell’essenza?

Qual è la fonte della mia identità?

Me lo chiedo ogni volta che torno da un cammino, perché in cammino quando incontri qualcuno le domande sono diverse. Non chiedi a nessuno cosa fa, perché in quel momento la questione è del tutto ininfluente. In cammino chiedi da dove vieni e dove vai, se sei solo o con qualcuno, se va tutto bene o ti serve una mano.

“Camminare a volte induce a disfarsi del fardello di essere se stessi, (…) Il camminatore può far cadere le sue eventuali maschere, perché sui sentieri nessuno si aspetta che interpreti un personaggio. É anonimo, senza altro impegno oltre a quello di vivere l’istante che viene” (È quindi un modo perfetto per perdersi e ritrovarsi.

Sui sentieri perdersi è quasi naturale, non dobbiamo nemmeno cercarlo, semplicemente capita. Non a caso per ogni percorso ci affidiamo a simboli che ci permettono di mantenere la retta via: la famosa flecha amarilla, la freccia gialla che guida in direzione di Santiago; la più timida figura stilizzata del piccolo pellegrino sulla via Francigena; le bandierine bianche e rosse del CAI su sentieri di tutta Italia. Segnali che un passo alla volta l’occhio si allena a cercare, a vedere anche alla distanza, coltivando la fiducia nel sentiero.

Ma per perdersi basta un minuto.

Distrarsi in chiacchiere, o semplicemente nei propri pensieri. Ci si perde per una freccia nascosta da un ramo fiorito, per un cartello caduto o scurito. E allora c’è chi ha paura, chi si blocca, chi se la prende cercando un colpevole. Raramente ci ricordiamo che trovarsi è un processo che richiede responsabilità e impegno in prima persona.

Perché in fondo, non è questa la ragione per cui siamo partiti?

Per toglierci da una strada fin troppo segnata e predeterminata, quella dove spesso una voce ci dice in automatico dove girare e quando fermarci. Qui invece una freccia è solo un’indicazione, siamo noi a poter scegliere se proseguire sulla strada principale o fare una deviazione, se prendere una pausa per ammirare il panorama o riposare nel silenzio di un bosco.

Leggo un pezzo di Paolo Giordano che parla di un progetto che porta questa ricerca del sé ad una sfida ancora più grande: Sardegna, un centro di salute mentale che porta i malati a camminare. “Montagnaterapia”, la chiamano. La cura attraverso le salite e le discese, metafora della vita, guardando la fragilità e la forza di ciascuno amplificate all’estremo.

Le frecce ci guidano ma non ci vincolano, ci sostengono nelle nostre scelte ma non ci fanno false promesse.

Ci ricordano che la strada è solo nostra ed è tutta da percorrere, sulle nostre gambe, senza sconti. Non fingono di poter cancellare i dubbi o le insicurezze ma ci indicano la via davanti a noi, con tutto quello che potremo scoprire.

Quando pensiamo a chi siamo, spesso ci riconosciamo solo nei ruoli che interpretiamo, a casa e al lavoro, giorno dopo giorno.

Qui siamo solo noi. Magari senza sapere esattamente dove siamo, ma senza dubbio nel posto giusto.

Perché non aver paura di perdersi è l’inizio del ritrovarsi.

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