Nuovo anno, nuovi equilibrismi da ripensare

I giorni a cavallo tra la fine di un anno e l’inizio del successivo per me sono quasi sempre un po’ sospesi, e questi ultimi lo sono stati più che mai. 

Non sento lo spirito natalizio, sono allergica alle riunioni di famiglia che si protraggono per giornate intere, e ultimamente era più semplice trovarmi su qualche sentiero (lo scorso anno anche su qualche spiaggia, ma meglio non pensarci troppo) che seduta a una tavola imbandita.

Quest’anno, in realtà, anche io ho iniziato l’anno seduta al tavolo della cucina. Davanti, però, invece del piatto avevo l’agenda, fogli, pennarelli. Per rielaborare i dodici mesi passati, e per immaginare i prossimi.

Per ripensarmi, così da poter ripensare.

Come sempre è stato un esercizio in cui mi sono immersa per scoprire cose che nemmeno immaginavo: mi colpisce sempre rendermi conto, sfogliando l’agenda, quante cose non ricordo di aver fatto, quanti momenti sono scivolati dalla memoria, quanti pensieri mi erano sembrati la risposta e poi si sono persi tra le pieghe della routine. 

Ancora più mi colpisce quello che emerge dalla pianificazione dell’anno.

Ho già raccontato che, quando scrivo (su un foglio, con la penna, alla vecchia maniera), sembra che il mio cervello e la mia mano abbiano fatto un patto: la mente non interferisce su quello che viene prodotto, evitando l’ansia da prestazione e lo sguardo pessimista del critico interiore, la mano accetta che quelle parole restino in qualche modo inconsapevoli, tanto che sono la prima a stupirmi quando le rileggo, magari a distanza di mesi.

Ora che ci penso, forse è proprio questa l’essenza del “ripensare”.

Rivedere la mappa di noi stessi – perché si parte sempre da dove siamo, e anche nel cambiamento più grande (anzi, soprattutto nel cambiamento più grande) non si butta via niente – ma lasciare che le linee possano comporre altri disegni.

O non sarebbe un ripensare, ma solo un perpetuare.

Fin qui, dicevamo, tutto bene. Io che solo cinque anni fa chiedevo alle mie compagne di master “Ma desiderare in che senso?”, adesso mi sorprendo da sola nello scoprire come mi immagino alla fine della prossima agenda.

Poi, però, arriva il 7 gennaio. Cioè, a dirla tutta, è stato sufficiente che arrivasse il 4. Di fianco a me la bacheca con un bel calendario a ricordarmi i progetti chiave, davanti a me il computer per scrivere il primo post dell’anno.

Sembrava tutto così chiaro e lineare, e allora perché quella sensazione “così non può funzionare”?

La teoria la conosco benissimo – non sovraccaricarti, sii realistico nel tempo necessario, considera gli imprevisti, pianifica l’agenda a partire da quello che conta davvero.

Perciò cosa era andato storto (prima ancora di iniziare)?

Forse non avevo considerato che, una volta accettato che per vivere la vita che voglio sarò sempre un giocoliere che cerca di tenere in equilibrio tante sfere quante sono le sfaccettature di quello che è importante per me, queste sfere non sono tutte uguali.

Lo spiega benissimo un discorso lampo pronunciato nel 1996 alla cerimonia di inizio anno accademico del Georgia Tech da Brian G. Dyson, ex CEO of Coca Cola.

Immaginate la vita come un gioco di abilità in cui fate roteare in aria cinque palline. Lavoro, famiglia, salute, amici e spiritualità, le tenete tutte in volo. Presto capirete che il lavoro è una pallina di gomma. Può cadere, ma rimbalza. Le altre quattro palline, invece, sono fatte di vetro. Se le lasci cadere, saranno irreversibilmente graffiate, segnate, intaccate, danneggiate. O potrebbero persino andare in frantumi.”

Guardo di nuovo il piano, e stavolta capisco. Quella che sento è paura.

Non paura di non farcela a raggiungere i miei obiettivi, ai fallimenti si sopravvive. Anzi, fallire è utile se applichiamo la massima di Nelson Mandela “Non perdo mai. O vinco, o imparo.”

Paura di partire con troppo entusiasmo e poi, una volta presa nel vortice del cambiamento, ricadere nei vecchi automatismi, nella convinzione di poter arrivare a tutto, di poter controllare tutto.

Senza scegliere quale pallina lasciare eventualmente cadere.

Eppure (appunto) la teoria la conosco benissimo. E so anche che se scegliamo quando siamo sotto stress, è troppo tardi. Solo che, di solito, non faccio niente per prevenire questa possibilità (che poi è una certezza, dato che l’imprevisto è una certezza).

Riprendo il concreto ottimismo del metodo WOOP, e rivedo il mio anno secondo la P di Plan.

Se, allora”. Di fronte a un ostacolo, cosa andrò a fare.

Non per irrigidirmi e dimenticare che posso sempre cambiare, evolvere. Ma per non trovarmi a sprecare tempo ed energia nell’affrontare ancora e ancora le stesse insicurezze, gli stessi grovigli, le stesse paure.

Non cadere nel confronto, legando il mio valore a parametri che non siano i miei. Non farmi scuotere dalle aspettative e dalle regole del mondo che non condivido. Non correre troppo avanti ma concentrarmi sul prossimo passo.

Togliendo un obiettivo che non è così fondamentale.

Prendendo una pausa tra un’attività e l’altra.

Scegliendo il mio ritmo per attraversare la giornata.

Mettendo in discussione le cose che faccio in automatico.

Accettando almeno una volta che le cose vadano come vanno, invece di voler controllare o risolvere.

Perché il solo rischio che davvero non voglio correre è lasciare che sia qualcun altro a decidere dove vale la pena rischiare.

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