Perfetti ma non troppo

[dalla newsletter di Brené Brown]

La decima volta che rileggo la frase. Forse potrei trovare un sinonimo, forse non ha il ritmo giusto. Non sono io che parlo, lo so, ma il perfezionismo, con la sua espressione scettica e lo sguardo di chi pensa non arriverai da nessuna parte.

Perfezionismo è una parola dalle mille sfaccettature.

Sembra abbia una definizione differente per ogni persona con cui parli. C’è chi lo identifica come modello positivo, volto a raggiungere il miglior risultato possibile. Chi mette in evidenza i rischi della ricerca costante di un ipotetico ideale che, ovviamente, è destinato a sfuggirci costantemente. Addirittura nel linguaggio medico identifica una vera e propria patologia, una “tendenza nevrotica che può impedire all’individuo di attuare cose relativamente semplici perché il suo narcisismo e la sua autocritica spostano costantemente tale attuazione verso obiettivi ideali irraggiungibili” (non ci vanno leggeri).

Noi donne, poi, tendiamo ad avere una lunga lista di temi che scatenano il nostro perfezionismo.

Il corpo, la gestione dei figli (o il fatto di non averne), la carriera e la casa da rivista. Cerchiamo di essere perfette anche quando non ce ne accorgiamo, ascoltando la voce del critico interiore che ci attacca mostrandoci i nostri errori o – ancora più subdolo – ci ripete che se saremo perfette in ciò che facciamo, ciò che diciamo e come appariamo, saremo al sicuro dalla delusione, dal giudizio, dalla sofferenza.

E noi ci crediamo.

Quando cerchiamo di cambiare, il perfezionismo è un avversario particolarmente ostico perché la sua paura più grande è quella di fallire. E quindi si oppone con tutte le proprie forze, perché il cambiamento richiede tempo, impegno, fantasia, curiosità, capacità di cadere e ridere di sé stessi, rialzarsi e andare avanti

Un po’ come l’arte, di cui il filantropo britannico Sir Nicholas Winston affermava che

tra tutte le ordinate categorie [in cui sembrano organizzate le attività dell’uomo], l’arte è quella che assomiglia maggiormente a cosa significa essere umani, essere vivi. La nostra natura è quella di essere imperfetti. Di avere sentimenti ed emozioni che non riusciamo a categorizzare. Di fare e costruire cose che non hanno per forza un senso.

È difficile provare qualcosa di nuovo scoprendo per magia di essere già bravi.

Chi sostiene di non essere creativo, spesso ha più che altro a che fare con un attacco di perfezionismo, acuto o cronico che sia. Creare qualcosa non prevede regole, o le regole ci portano solo fino ad un certo punto. Poi bisogna buttarsi, tirare fuori dalla propria testa un’idea e trasformarla in qualcosa che si può vedere, o sentire, o toccare. 

Mostrarsi, esporsi.

Se lasciamo che sia il perfezionismo a guidarci, non ci chiediamo quale sia il reale impatto di un errore. Il timore di non essere all’altezza è talmente forte che preferiamo fermare tutto ancora prima di provarci, negarci una possibilità prima che siano gli altri a poter dire di no.

Diventiamo così bravi ad alzare l’asticella che nemmeno ci accorgiamo della trappola in cui ci stiamo incastrando.

Siamo convinti che perfezionismo sia fare le cose per bene, e questo non può essere negativo, vero? Ognuno trova la propria scusa, ognuno sceglie la propria versione della storia da raccontare a se stesso. Non posso iniziare perché prima devo avere quel titolo di studi, quel lavoro a tempo indeterminato, quel numero sul conto in banca.

Inseguiamo una validazione esterna che prometta di tenerci al sicuro.

Ma finché guardiamo fuori, ricadremo nelle tre bugie che ci spingono a restare in silenzio, cercare di essere piccoli per non disturbare, nascondere la nostra paura:

Sono quello che possiedo.

Sono quello che faccio.

Sono quello che ottengo.

È tutto qui? 

Forse. Se continuiamo a misurarci con gli altri, a confrontare quello che abbiamo e quello che facciamo. Dimenticando che è sempre un confronto impari, quello tra il nostro dentro, di cui conosciamo e sottolineiamo ogni minimo difetto, e il loro fuori, di cui vediamo solo la versione riveduta e corretta (nel mondo virtuale, poi, l’effetto degli specchi deformanti è moltiplicato esponenzialmente). 

Per migliorare dobbiamo ribaltare la prospettiva, e guardarci dentro.

Chiederci cosa conta per noi, come vogliamo crescere. Facendo ogni giorno la domanda più importante: ciò che hai e ciò che fai è quello che desideri? Racconta quello che sei?

Allora, forse, saremo perfetti. O almeno perfettamente noi stessi.

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