Le curve tortuose del cambiamento

Con la curva del cambiamento ho a che fare quasi tutti i giorni. Perché è quella che accompagna i percorsi di coaching individuale. Perché è quella che caratterizza i processi di innovazione in azienda. Perché è quella che vivo quando mi prende la vertigine di non capire in quale direzione muovere il prossimo passo, quando mi sembra di aver puntato troppo in alto, quando dubito di essere abbastanza capace, forte, brava per farcela.

Perché anche quando il cambiamento è scelto, e non subìto, non è che tutto vada sempre liscio e secondo le aspettative.

Anzi, non lo fa quasi mai.

Sono un’ottimista, e quando vedo una nuova opportunità mi faccio prendere dalla curiosità di capirne di più. Ma quando sei nel bel mezzo del cambiamento, l’arco che si percorre resta quello: l’entusiasmo iniziale che proietta in scenari da sogno, l’impatto con la consapevolezza che le cose per realizzarsi richiedono spesso più tempo e fatica di quanto volessimo ammettere inizialmente, la tentazione di mollare tutto.

L’inghippo è tutto qui.

Nella scelta che facciamo a quel bivio dove possiamo lasciar perdere (e convincerci forse che non vale nemmeno la pena ritentare) oppure perseverare e cercare nuove strade, esplorare opzioni differenti, integrare il cambiamento fino a renderlo parte di noi.

Parlare di trasformare gli ostacoli in opportunità è un po’ una frase fatta, ma c’è chi ne ha fatto un’arte (nel vero senso della parola).

Phil Hansen era un ragazzino americano come tanti, ma la sua più grande passione ha finito per danneggiarlo permanentemente. Probabilmente già predisposto dal punto di vista neurologico, aveva portato la propria ossessione per la tecnica del puntinismo talmente all’eccesso da ricavarne un permanente tremito, che gli impediva qualsiasi precisione nella creazione artistica.

Quando si dice vedere sparire i propri sogni. 

Phil immaginava di dover buttare via tutto, di dover rinunciare per sempre a tutto ciò che per lui aveva avuto senso fino a quel momento. Esattamente come tutte quelle persone che si svegliano una mattina con una sensazione sottile di malessere e si chiedono

“Ma, esattamente, come sono arrivato fino a qui?”

Ce le abbiamo tutti, quelle strade tracciate che diamo per scontate, quelle “regole del mondo” che crediamo immutabili e che non sappiamo mettere in discussione. A volte, finché non succede qualcosa che ci costringe. Qualcosa, o qualcuno, che ci fa vedere che il cambiamento è possibile andando all’opposto di quello che ci sembrerebbe logico.

Invece che resistere, lasciarsi andare.

Per Phil la rivelazione viene dal neurologo a cui si rivolge sperando di risolvere il suo problema. Ma il suo tremore non si può fermare, solo accettare.

“Perché non provi ad assecondarlo?”

Quando si parla di obiettivi abbiamo la tendenza a confondere la meta con la strada che serve a raggiungerla. Ci incaponiamo quasi più sul modo per raggiungere un risultato che sul risultato stesso.

Non è facile accettare che, come dice Joseph Campbell, professore di mitologia comparata e autore di uno dei testi fondamentali sulla struttura universale delle storie:

“È necessario liberarsi della vita che abbiamo pianificato per poter avere la vita che ci aspetta”

Phil Hansen ci riesce e, come racconta nel suo Ted Talk “Embrace the Shake” scopre che la chiave del suo cambiamento è proprio la limitazione a cui è soggetto.

Non può più costruire la propria realtà con minuscoli e perfetti puntini, e allora cerca altre tessere di puzzle da mettere insieme. Scopre che la creatività non viene bloccata dagli ostacoli, ma anzi ne viene stimolata a cercare nuove soluzioni. Prova a creare con materiali che non superino un dollaro di costo, o ad affidarsi ad altri per creare il contenuto della sua arte, scrivendo su una tela che ruota lentamente le storie di sconosciuti che condividono con lui il momento più importante della propria vita (qui il video di questa affascinante performance)

Un concetto che vale nell’arte, ma altrettanto nella vita.

“Perché alla fine, la maggior parte di quel che facciamo accade qui, dentro uno schema, con risorse limitate. Imparare ad essere creativi entro i confini delle nostre limitazioni è la migliore speranza che abbiamo per trasformare noi stessi e collettivamente trasformare il mondo”

Gli ostacoli non sono la fine del progetto, a meno che siamo noi a lasciare che ci frenino.  Possiamo guardarli da un altro punto di vista, provare a superarli passandoci di lato, scavalcandoli, scavandoci sotto un tunnel.

O voltarci dalla parte opposta perché forse la nostra meta non è in quella direzione.

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