Il dover(ismo) mi chiama

Non credo sia una parola che esiste davvero, ma la prima volta che Manuela l’ha usata non ho potuto che pensare fosse perfetta. Doverismi.

Li conosciamo tutti, anche se magari non li chiamiamo così.

I doverismi non sono costrizioni, che pesano sulle spalle come un giogo sotto cui, a seconda del carattere e del momento, ci divincoliamo per sfuggire o ci incurviamo un po’, per sostenerne meglio il peso. Non sono nemmeno leggi o regole scritte nero su bianco, che se infrante portano delle conseguenze al benessere collettivo o personale.

I doverismi sono molto più subdoli, perché ce li inventiamo noi.

O meglio, non è che proprio ce li inventiamo di sana pianta. Li abbiamo assorbiti, osservando e interpretando quello che ci succedeva intorno. Sono le aspettative sociali e quelle di nostra madre, il senso che abbiamo dato agli avvenimenti collegandone i puntini. Sono l’immagine di noi stessi che abbiamo costruito e raccontato con tanta attenzione, come corazza a difesa da tutto quello che ci poteva ferire

Fino a scoprire che, in ogni caso, la vita riusciva a colpirci lo stesso, ma noi da quella corazza che ormai ci aderiva perfettamente non sapevamo più come liberarci.

Da Signorina Rottermeier, di doverismi ne so qualcosa.

Per fortuna sembra che il corso gli avvenimenti non sia mai casuale, e così un tassello alla volta la mia tendenza a mimetizzarmi nel “si fa così” è stata messa in discussione.

Prima è successo al lavoro.

In azienda mi occupavo di sviluppo del talento, e pensavo fosse il lavoro più bello del mondo: aiutare le persone a individuare il proprio potenziale, essere il loro specchio per sostenerli nel percorso di trasformazione.

Solo che, troppo spesso, il talento andava in una sola direzione: quella dei doverismi.

Dovresti crescere, basta fare castelli in aria.

Dovresti insistere, ci hai già investito tanto.

Dovresti pensare alla stabilità, invece che chiederti cosa cambiare.

Sempre più spesso mi trovo a lavorare con persone che con queste frasi ci hanno avuto a che fare chissà quante volte. Monica che con la sua laurea in giurisprudenza voleva fare la libraia, Miriam che si divideva tra le giornate in negozio e il richiamo del palcoscenico.

Artisti, sognatori, idealisti. 

Specchio delle nostre peggiori paure, quelle da cui cerchiamo di schermarci con i doverismi.

Chi ti credi di essere

E ci vorresti campare

Non essere ridicolo

Io di cose inutili ne faccio parecchie, e per me sono fondamentali.

Cammino (qualche volta addirittura senza arrivare da nessuna parte), corro (qualche volta arrivando ultima, e certo mai prima).

Ma l’abitudine dei doverismi è sempre in agguato a fregarmi.

Quando sono in viaggio scrivo ovunque e in ogni momento disponibile. Infilata nel sacco a pelo appena sveglia, sul telefono mentre guardo fuori dal finestrino di un autobus a lunga percorrenza, sul retro di uno scontrino se mi viene in mente una frase che non voglio perdere. Fuori dalle regole del mondo coltivo quello che mi piace, per il solo gusto di giocare, il desiderio di stare bene, il piacere di fermare un istante. Ogni volta torno pronta a scrivere il mio libro, immaginando la gioia di raccontare quelle storie, quelle persone, quei luoghi.

I mesi passano. E il libro rimane nel cassetto.

Ritorno produttiva, efficiente. Ritorno la brava bambina che mi sono allenata per tanto tempo a fare.

Raggiungo tanti obiettivi, ma non sono così coraggiosa.

Forse la mia comfort zone è un po’ più ampia, o ha una forma diversa dalla vostra. Ma ha muri altrettanto alti, che a volte sembrano impossibili da superare.

Perché? Per la paura di fallire, sempre lei. Che è l’immediata conseguenza del confronto con gli altri. Rendersi ridicoli, mostrare una parte di noi a cui teniamo, e vederla respinta.

Non essere abbastanza.

E allora non so se quest’estate prenderò in mano i miei quaderni per “farne qualcosa”, o se ne riempirò altri di parole altrettanto inutili. Ma non importa.

“Non chiedetevi quello di cui il mondo ha bisogno. Chiedetevi quello che vi rende vivi, e fatelo. Perché il mondo ha bisogno di persone vive“. (Howard Thurman)

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