Il viaggio che non ho ancora fatto

Non ancora - La stanza degli scrittori alla Scuola Holden di Torino

Quando ho cambiato lavoro per la prima volta, mi sono regalata una vacanza. Dopo l’impegno di affiancare e formare la persona che mi avrebbe sostituito, e prima di iniziare un nuovo ruolo di cui ancora non sapevo niente, la soluzione perfetta sembrava quella: una settimana in villaggio. Nessun pensiero, nessuna decisione da prendere. La spiaggia, il mare, le escursioni, l’atmosfera rilassata. 

Dopo i primi due giorni ho iniziato a soffrire di claustrofobia. Infilavo le scarpe e iniziavo a correre. Superavo le recinzioni per inoltrarmi nelle strade di terra battuta del villaggio più vicino, o andavo sempre dritta seguendo la traccia che portava verso il deserto. Eppure nello spazio protetto del villaggio avevo a disposizione – teoricamente – tutto quello di cui potevo aver bisogno. La piscina e la palestra, le dune e le onde dell’oceano. Non faceva per me, ma non potevo saperlo finché non ci ho provato.

A volte, invece, non facciamo nemmeno un tentativo.

Diciamo “Non fa per me” e incaselliamo tra le cose che non faremo mai. 

Non sono una fanatica del “bisogna provare tutto nella vita”, ma guardo con un certo sospetto alle parole assolute. Sempre, mai. Se mi penso allora e oggi, sono la prima a stupirmi di quante cose siano cambiate. Se mi avessero raccontato la direzione che ho dato alla mia vita avrei detto “Non è possibile.

Invece era un “Non ancora”.

La potenza del “Non ancora”

Ne avevo letto qualche anno fa in un articolo, le ho ritrovate nel Ted Talk di Carol Dweck,  ricercatrice a Stanford che si occupa di motivazione e successo, che ci spiega come possiamo usare queste parole per cambiare la nostra prospettiva nell’affrontare qualcosa di nuovo, allontanando l’incertezza di compiere i primi passi – che sia in una professione o in un progetto personale -, mitigando il senso di incapacità. 

La Dweck analizza l’effetto del nostro approccio sui risultati conseguiti, e ci spiega l’importanza di partire con una beginners’ mind, una mente da principiante: un misto di curiosità e aspettativa, apertura al supporto di chi ne sa più di noi e voglia di imparare senza il timore di mostrare ciò che non sappiamo

Almeno non ancora.

Non che sia semplice, molto spesso. Tra la fretta di arrivare al risultato e il timore di mostrarci vulnerabili nella nostra imperfezione, ammettere che non sappiamo qualcosa richiede da un lato consapevolezza di sé, dall’altro un ambiente in cui sappiamo di trovare supporto, che ci permetta confronto senza stare rinchiusi nella nostra corazza protettiva. 

Soprattutto presuppone la fiducia di poter trasformare quel “non ancora” in un “adesso sì”.

Insomma, la fiducia nella nostra capacità di evolvere.

Quel growth mindset che cambia tutto, perché ci permette di tenere lo sguardo rivolto al futuro invece che stare sulla difensiva, dedicando (e sprecando) energie per giustificarci, per difenderci preventivamente da eventuali attacchi.

Chi crede nel “Non ancora” vive le novità come una sfida, un’opportunità, un momento di crescita.

Non ancora” crea movimento, per cui anche una battuta d’arresto non è una condanna o un giudizio sul nostro valore come individui, ma sulla situazione contingente.

Non ancora” richiede una prospettiva a lungo termine.

Bisogna credere nella propria capacità di migliorare, ma è un pensiero che va realizzato. Studiare e impegnarsi, sbagliare e analizzare i propri errori, fare nuove ipotesi e correggersi. Non accontentarsi della prima risposta, ma continuare a elaborare prototipi da sperimentare, per scoprire cosa vogliamo davvero essere da grandi.

Ma “non ancora” è anche divertimento.

È prendersi un po’ meno sul serio, giocare con le possibilità, inventare nuove strategie. È cercare nuovi punti di vista e quindi aprirsi a incontrare, ascoltare storie differenti, lasciare spazio allo stupore e all’inatteso. 

La Dweck racconta di una scuola di Chicago in cui gli studenti che non superano un esame ricevono la valutazione “Non ancora. Un voto negativo è come un giudizio di merito, dato alla persona invece che al momento (quindi proprio l’opposto di un feedback efficace). Un generico “Non superato” è come un limbo, in cui secondo la studiosa “pensi di non essere nessuno”.

Se invece prendi una valutazione “Non ancora”, capisci di essere in fase di apprendimento. Tracci una strada per il futuro.

Dovremmo provare tutti a disegnare questi percorsi verso un futuro che, semplicemente, è “non ancora“.

Quando ci diciamo che non abbiamo talento, e quindi non vale nemmeno la pena provare. Quando ci sembra ci voglia troppo tempo, e che sia troppo tardi per iniziare (come se il tempo non passasse lo stesso, anche se stiamo fermi senza fare niente).

Smettere di dividere tra le cose che sappiamo fare e quelle che non sappiamo fare, tra quelle che “sono nelle mie corde” e quelle che “è inutile, non ce la farò mai”.

Smettere di assegnare a noi stessi giudizi definitivi come una sentenza, e provare a ricordarci che siamo sempre un “non ancora”.  

2 risposte a “Il viaggio che non ho ancora fatto”

  1. Ogni volta è bellissimo leggere i tuoi articoli. Oggi farò un focus su di me e la relazione con questo consiglio: “Smettere di dividere tra le cose che sappiamo fare e quelle che non sappiamo fare, tra quelle che “sono nelle mie corde” e quelle che “è inutile, non ce la farò mai”.
    Grazie

    1. Grazie Elisa! Che poi le cose “è inutile non ce la farò mai” ce le abbiamo tutte, ma forse a volte vale la pena chiederci se lo diciamo solo perché sono quelle che desideriamo di più 🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.