#seguilatuabussola – Ciò che scegli è ciò che diventi

Quando ad agosto, in un tuffo nel passato di famiglia, ho scoperto che il mio bisnonno era un geografo e ho trovato il suo (nel senso che era uno degli autori) atlante appuntato a mano, mi ero ripromessa che stavolta avrei fatto il lavoro per bene.

A ogni partenza, mettere nello zaino la mappa della strada che sto per percorrere è diventato un rito.

Invece quando sono partita per Houston, avevo solo una riga a pennarello che tracciava il contorno del Texas , una macchina affittata per qualche giorno e nessun itinerario preciso, solo un punto di arrivo quasi al confine con il Messico dove avrei trascorso una settimana a studiare.

Ma ero contenta di avere con me quel foglio perché avevo deciso che con il passare dei giorni, dei chilometri e dei luoghi, sarebbe diventato la mia mappa delle parole belle.

La Mappa delle Parole Belle è un’idea dell’illustratrice Sara Vincetti, uno strumento per riflettere sulle parole e sull’uso che ne facciamo. Nata per essere usata nelle scuole, con i ragazzi, stimolandoli a immaginare una rappresentazione personale di dove vivono, una mappa del cuore di un luogo o di un percorso caro.

Un’idea altrettanto potente per noi adulti, che con le parole non abbiamo molta più dimestichezza, soprattutto quando ci muoviamo sul terreno delicato di valori ed emozioni, di motivazioni e conseguenze dei nostri atti.

Le parole che mi giravano in testa in Texas sembravano un gomitolo che non sapevo bene come districare.

Ma una alla volta sono diventate le mie parole belle, per raccontare un viaggio ma, soprattutto, quello che ne ho portato a casa.

Scegli le tue abitudini

Se riesco ad arrivare all’altro capo del mondo, a dormire ogni notte in una cittadina diversa, è anche perché tengo ben strette le mie abitudini. La routine è la mia sicurezza, la mia àncora

Ci sono riti quotidiani che vivono solo in viaggio, come svuotare e sistemare ogni sera lo zaino con tutto il suo contenuto: gli abiti che indosserò dopo la doccia, quelli per il giorno dopo, gli appunti della giornata finita e i programmi per quella che arriverà. Lo zaino è la mia casa, e sapere che è tutto in ordine mi fa sentire che ho sotto controllo quello che (più o meno) posso controllare. Mi fa sentire che in caso di imprevisto ho le spalle coperte, e tutto il resto si può affrontare.

Altre abitudini mantengono il filo con la vita lasciata a casa. Ti fanno sentire meno perso anche quando sei dall’altra parte del mondo. Per me – la corsa, il caffè del mattino, la scrittura. Ma per non mitizzare troppo il viaggio, come se fosse una bolla perfetta mentre la vita normale fosse qualcosa da sopportare, anche le email a cui rispondere, l’agenda da tenere sotto mano, la vita che va avanti perché mica le hai voltato le spalle.

Scegli il tuo abbastanza

La sensazione di non fare, non avere, non essere abbastanza ci accompagna in maniera (quasi) costante. Sonno, denaro, tempo, risultati. Ne vorremmo di più, ci sentiamo sempre insoddisfatti.

In viaggio di solito è il tempo, a non sembrare abbastanza.

Persino quando sono partita per il mio trimestre sabbatico sudamericano, ben presto all’ebbrezza di avere *ben* tre mesi a disposizione si è sostituita l’ansia di avere *solo* tre mesi a disposizione. Perché c’è sempre un’altra città da vedere, un altro sentiero da percorrere, un’altra cima da raggiungere.

Ma se guardi le cose da una prospettiva di scarsità, scegli per cercare di fuggire da ciò che temi, anziché andare verso ciò che desideri.

Lynne Twist, scrittrice e attivista, affronta il tema nel suo libro The Soul of Money, nel quale racconta di aver scoperto quella che definisce

“…la sorprendente realtà dell’abbastanza. Abbastanza non è una quantità, è un’esperienza, una dichiarazione”.

La scelta deliberata di un’attitudine di vita.

Perché possiamo liberarci dal senso di una mancanza solo se sappiamo cosa significa per noi abbastanza. Al di là dei giudizi, al di là dei condizionamenti. Viaggio con uno zaino da nove chili, per settimane scelgo tra cinque magliette e tre pantaloncini ma non rinuncio alla mia macchina fotografica e al pc per raccontare quel che vedo e vivo. Invece delle guide porto le fotocopie delle pagine che mi interessano, ma poi raccolgo biglietti, brochure e chissà quali altri cimeli, quasi fossi una gazza ladra.

Niente logica, nell’abbastanza. Solo quello di cui hai bisogno tu.

Scegli la tua paura

Di fronte alla paura c’è chi tende a reagire funzionando troppo, cercando di organizzare l’intero universo: si muove senza fermarsi a riflettere sulla direzione, dà consigli non richiesti, agisce perché è il suo antidoto a non saper che fare.

C’è chi al contrario funziona poco, lasciando che siano gli altri ad assumere il controllo, per poter continuare a a preoccuparsi mentre lascia che le cose accadano, senza prendersi la responsabilità di una scelta.

Entrambi questi comportamenti si riassumono in tormentarsi, stare male, sentirsi troppo distanti dalla meta per potercela fare.

Viaggiando ho imparato che l’antidoto alla paura di non farcela è concentrarci sul migliore dei risultati. Scegli dove vuoi arrivare, parti in quella direzione. Senza soffermarti sui motivi che ti dicono “perché no”. Ma agendo per come trasformare l’incertezza in un “perché sì.

Il Texas mi ha messo di fronte ai limiti della mia comfort zone. Cercare di uscire dal traffico serale di Austin, districandomi dai lavori in corso, mi ha fatto venir voglia di accostare, spegnere l’auto e lasciar perdere fino a che fosse stato di nuovo giorno. Entrare da sola in un locale dove suonano musica dal vivo, sedermi a un tavolo e godermi la serata senza sentirmi fuori posto era un’esperienza che mi ero sempre negata.

La paura spesso non si supera quando scegli l’attacco, ma la delicatezza.

Smettendo di sentirti in colpa se ti si chiude lo stomaco al solo pensiero di fare qualcosa, ma decidendo che non vuoi lasciarti paralizzare. Smettendo di essere in ansia per la tua ansia ma scegliendo di allenarti a trovare il tuo equilibrio.

Scegli la tua calma

E poi ogni tanto, ma proprio tanto, persino io riesco a fermarmi. Magari non con il corpo, ma almeno con la testa.

In viaggio puoi trovare la tua calma quando scegli di usare più tempo per essere, e fare meno cose. Quando cammini senza meta seguendo quello che attira la tua attenzione, quando ti siedi su una panchina a guardare la gente che passa.

Quando entri in quello spazio emotivamente sgombro che ti fa domande a cui quasi mai hai voglia di rispondere.

Sono di quelli che troppo spesso confondono il movimento con il risultato. Tenersi occupati è un facile antidoto alla paura che proviamo esponendoci senza rete alla verità più profonda delle nostre vite, come se correndo più in fretta la realtà non riuscisse a raggiungerci e costringerci a guardarla.

Nella calma è chiaro cosa stiamo facendo, dove stiamo andando, quello che è davvero importante per noi.

Solo così scegli, e forse puoi ritrovare la strada di casa.

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