Perché “mi appello al quinto emendamento” (e resto in silenzio)

Se è vero che le parole creano la realtà (ed è vero che le parole creano la realtà), cosa succede quando pratichiamo il silenzio?

Fuori piove, io sono seduta alla solita postazione di fianco alla finestra, perché come una pianta mi protendo naturalmente verso ogni fonte di luce. Se penso a un anno fa, e probabilmente a tutti gli autunni prima, il mondo appare alla rovescia. Allora riuscivi forse a trovarmi in casa un giorno a settimana, oggi riesco forse a uscire un giorno a settimana. E più che altro perché voglio, non tanto perché devo.

Faccio sessioni di coaching online, affianco i clienti in progetti di consulenza online, tengo webinar online.

Ho sempre sostenuto di essere un po’ asociale, ironizzando sul mio bisogno di isolarmi ciclicamente da tutto e da tutti. Di staccare il telefono, di sparire. Dal mondo, forse un po’ anche da me stessa.

Ho imparato a conoscerlo bene, il silenzio.

Corro all’alba in silenzio, scrivo in silenzio. A volte sto in silenzio anche quando sono di fianco a una persona, e mi rendo conto quanto questo possa risultare spiazzante.

Da un lato chi desidera arrivare a capire veramente, chi cerca di arrivare all’altro imparando la sua personalissima lingua straniera, si sente privata di un tassello. Dietro un silenzio puoi leggere qualsiasi cosa, ti mancano gli elementi per sapere da dove partire e, proprio per questo, il bisogno di identificare una storia che spieghi quella sospensione sarà ancora più pressante. D’altro canto siamo in quello che viene definito “il secolo del rumore”, e il silenzio richiama una perdita di tempo, o forse addirittura un atteggiamento ostile

Il silenzio però è come la pausa in una partitura musicale. 

Non è lì per caso, non è solo un vezzo. È parte integrante di quell’idea di non si può non comunicare che definisce lo scambio umano.

A volte è sincero, a volte è uno scudo. A volte non parlo perché non ho niente di interessante da dire, a volte perché ho bisogno di prendere tempo per ascoltare e rielaborare.

A volte perché non ho il coraggio di esprimere quello che penso, quello che sento.

Stare in silenzio può sembrare complicato, ma in realtà è semplicissimo. Basta un po’ di allenamento. Ci scherzo di frequente, quando mi viene fatto notare. Dico che mi alleno per lavoro, perché come coach il mio compito principale è quello di aprire spazio all’altro, di lasciare che sia il cliente a definire il ritmo, di fare in modo che i pensieri abbiano tempo di combinarsi ed evolversi e tradursi in parole.

Insomma, metà del lavoro del coach è tenere la bocca chiusa.

E poi è facile stare zitta quando sei abituata a passare un sacco di tempo da sola.

Ultimamente sto in silenzio perché tante cose sono cambiate, e non ho ancora trovato le parole per dirle. 

Perché se il cambiamento è solo il risultato di un più lungo e complesso processo di transizione, non è forse nemmeno del tutto corretto dire che sia questo, il punto di arrivo

Torno al processo circolare di life design proposto dall’Università di Stanford e ripenso ai passaggi che ho attraversato: mi sono fatta domande per mettere in discussione la situazione e identificare gli elementi su cui posso agire; ho cercato confronto per verificare le mie convinzione e raccogliere informazioni e punti di vista alternativi; ho ipotizzato azioni da mettere in pratica per verificare la fattibilità, sostenibilità e il risultato sul campo delle soluzioni che ho immaginato.

Ma per creare la realtà, per darle un (nuovo) senso, per tornare al punto di partenza con le consapevolezze guadagnate ma anche e soprattutto con le nuove domande che cercano una risposta, devo ancora superare il silenzio.

Ho bisogno di trovare le parole per raccontare la mia storia.

Oggi, però, le parole sembrano non venire. Forse perché cerco di usare le stesse che conoscevo prima, parole stabili, parole che raccontavano quella che ero e quello che era il mondo. E adesso nessuna di quelle parole sembra adatta a descrivere nella sua interezza il punto a cui siamo arrivati.

Mi fermo, in silenzio, e ci penso.

Cerco troppa precisione in un momento troppo confuso, pretendo di scrivere una storia che abbia (e offra) già un senso, illudendomi di poter saltare la prima bozza imperfetta.

Forse, come sostengono Jay e Mark Duplass, film maker e attori indipendenti, nel loro memoir Like Brothers che racconta alti e bassi, forza e difficoltà di una vita letteralmente passata insieme, in famiglia e sul lavoro, la strada verso questo racconto passa attraverso il paradosso. Affrontare ciò che va contro le mie categorie mentali, aprirmi ad ascoltare e integrare ciò che apparentemente è distante, affidarmi sempre meno alle abitudini preconcette.

Il paradosso come abilità preziosa, perché è l’unica che ci permette di avvicinarci a racchiudere le pienezza della vita. I fratelli Duplass raccontano il loro sentirsi fuori dai canoni delle aspettative, tra l’opportunità di esprimere ciascuno le proprie caratteristiche e la gelosia per il successo dell’altro. Nel paradosso di ogni essere umano, tra la tentazione di rinunciare e la capacità di resistere a ciò che ci mette a disagio.

Il paradosso come quella tensione degli opposti che è l’unica fonte da cui può scaturire qualcosa di nuovo.

Osservarci, e scoprire che il paradosso è una strada per raccontare l’inconoscibile molto più efficace e percorribile di quella che tende alla certezza. 

Allora, forse, il silenzio tornerà a esprimersi in parole.

[nel frattempo, se vuoi sperimentare qualche esercizio per cercare la prospettiva nel tuo personale paradosso, puoi iniziare qui]

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