La sala d’attesa della transizione (e come uscirne)

La sala d’attesa è luminosa, ma non della luce calda che si immagina adesso che la primavera è arrivata, con il sole che scalda la schiena attraverso le finestre spalancate. 

La sala d’attesa è lucida di metallo, con le sue seggiole allineate lungo le pareti. Qualcuno sfoglia una rivista, qualcuno scorre le notizie sul cellulare. La sensazione, per tutti, è quella di star perdendo ancora tempo.

La sala d’attesa è silenziosa, la porta da cui siamo entrati chiusa alle nostre spalle, quella di fronte ostinatamente chiusa.

Io me la immagino così, la metaforica sala d’attesa in cui siamo seduti in questo momento. Quella che si trova tra il prima e il dopo, tra la fine e l’inizio. Quella che ci racconta il pezzo di storia che nessuno ci aveva mai detto, o che non avevamo capito, o voluto capire.

La sala d’attesa della transizione.

Secondo il modello descritto dall’esperto di change management William Bridges nel suo libro “Managing Transitions, infatti, quando parliamo di cambiamento saltiamo in modo affrettato alle conclusioni. Il cambiamento è il risultato, è la situazione esterna in cui ci troviamo a un tratto, che ci piaccia o meno.

La transizione, invece, è un processo interno, evolutivo, intenzionale.

È quel percorso che ci porta dal momento in cui mettiamo un punto, perdiamo qualcosa, lasciamo andare – fino a quello in cui riconosciamo che siamo arrivati a un nuovo inizio. È quella che determina la buona riuscita dell’evoluzione.

In mezzo, la zona neutrale. La sala d’attesa, appunto.

La citava proprio la scorsa settimana anche Dave Evans, creatore della metodologia del Life Design, in un video che propone spunti su come applicare questo approccio al ripensamento del nostro futuro.

Perché, ecco, di questi giorni la sala d’attesa è decisamente affollata.

Usando la terminologia del processo di design thinking, iniziamo ad avere chiara la distinzione tra gli aspetti su cui possiamo agire (e che sono gli unici che questa disciplina considera reali problemi, ovvero quelli che – per quanto complessi e indigesti – possono essere modificati dalla nostra iniziativa) dai cosiddetti “gravity problem, le circostanze inamovibili contro cui possiamo accanirci, ma con il solo effetto di sprecare tempo e consumare energie.

Il passo successivo, però, quello che porta fuori dalla sala d’attesa, è molto meno chiaro.

Gli ultimi tre mesi hanno dato alle nostre vite spazi e vincoli differenti. Da un lato hanno chiuso, dall’altro hanno allargato. Chi ha avuto più tempo grazie alla riduzione degli spostamenti e della densità degli impegni, chi ne ha avuto di meno per nuovi equilibrismi tra il lavoro, la famiglia, i pezzi da tenere insieme. Chi ha incanalato le proprie energie nella sperimentazione di nuove attività, chi ha riscoperto qualcosa che aveva abbandonato, chi è rimasto fermo e annoiato, o confuso.

Dove mi colloco io? Un po’ a metà. Da buona entusiasta ho seguito la curiosità di ascoltare, di confrontarmi, di sperimentare. Da iperattiva ho cercato direzioni differenti in cui convogliare almeno una parte della mia energia, trattenuta dalla mancanza del consueto ritmo di stimoli, incontri, spostamenti.

Quando la porta verso il nuovo inizio ha iniziato a mostrare uno spiraglio, mi sono accorta che era molto più piccola e stretta di quanto avessi osservato prima.

E che avevo addosso una zavorra tale che non ci sarei mai passata attraverso. 

Proprio io, che dell’essenzialità dello zaino ho fatto uno stile di vita. Che quando devo partire so che avrò sulle spalle tutto quello che mi serve, ma non avrò niente di troppo. Che avrò il necessario e ciò che mi dà conforto, ma non quello che pesa senza motivo, rendendo solo il passo più faticoso e costringendo lo sguardo verso il basso, invece che lasciarlo libero di muoversi nel mondo.

La fregatura della paura è che a volte prende talmente il sopravvento che restiamo bloccati, incapaci di fare anche solo il primo movimento in una qualsiasi direzione. Troppo impauriti per renderci conto che provare e sbagliare è comunque meglio che stare fermi, che almeno se sbagliamo possiamo imparare qualcosa, possiamo districare un primo nodo.

Non credo ci sia una regola, per uscire dall’impasse.

A me capita spesso che la chiarezza arrivi all’improvviso, rileggendo qualcosa che avevo scritto. Questa frase me la ero appuntata alla fine dello scorso anno e poi, come spesso capita ai saggi consigli che do a me stessa, me ne ero totalmente dimenticata.

Tenersi impegnati è una forma di pigrizia.

Fare pulizia mentale non è così differente dal fare pulizia nell’armadio di casa. Quando facciamo decluttering guardiamo ogni capo chiedendoci da quanto non lo indossiamo, se ci entriamo ancora, se è in buone condizioni, se ci piace, se ci fa sentire bene.

Così, mi sono messa all’opera. Per ogni impegno in agenda ho iniziato a chiedermi:

Mi dà gioia?

È importante?

Dà senso a ciò che voglio essere?

Più facile a dirsi che a farsi, lo so. 

Con gli oggetti sono più brava. Gli oggetti non protestano, non si offendono, non ci restano male.

Ma ho imparato che, come in una reazione chimica, anche nella vita per mettere in moto una trasformazione dobbiamo eliminare qualcosa, e qualcosa arriverà.

Queste settimane hanno sottratto, e hanno aggiunto.

Mi hanno aiutato a mettere a fuoco, a eliminare strati. A imparare a ricevere, a lasciarmi sorprendere.

Ho guardato il mio tempo, le mie energie, la mia attenzione, la mia intenzione. Mi sono chiesta a cosa e a chi volevo dedicarle

Come volevo guardarmi, e riconoscermi.

E allora è stato tutto un po’ più semplice. Spiegare, chiudere, uscire, anche chiedere scusa. Mettere ordine tra ipotesi, idee e attività, tra progetti e persone. Tenere nello zaino solo l’essenziale, solo quello che mi serve.

La porta che conduce fuori dalla sala d’attesa non mi sembra più così stretta

Metto la mano sulla maniglia. 

Vado.

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