Un bellissimo no

Ci vediamo per un caffè, e Giuliana va dritta al punto:

Tu come lo gestisci, un rifiuto?

Lei, mi dice, piuttosto male. Ci conosciamo da un anno, e tante cose sono cambiate da allora. La scorsa estate era disoccupata e un po’ confusa, oggi ha un bel ruolo nell’area vendite di in un’azienda in crescita e attenta alle proprie persone.

Un commerciale che fatica a gestire il rifiuto, però, non ha vita facile.

Non che per gli altri sia più semplice. Proprio mentre scrivevo questo pezzo anche io ho ricevuto un no che non mi aspettavo. Sono io che ho posto la domanda, e quindi da un punto di vista razionale sapevo che la risposta avrebbe potuto essere negativa. Ma quando si parla di rifiuto, la logica centra ben poco.

Cosa proviamo esattamente quando veniamo rifiutati? 

Utilizzando la risonanza magnetica, alcuni ricercatori hanno dimostrato che il dolore provocato da un rifiuto non ha un impatto solo sulle nostre emozioni, ma va ad attivare quelle stesse aree cerebrali che registrano il dolore fisico: essere rifiutati si riallaccia infatti direttamente al timore, radicato in noi attraverso millenni di evoluzione, di essere esclusi dalla propria tribù. E quindi, sebbene oggi solo metaforicamente, di vedere messa a rischio la nostra stessa sopravvivenza.

Anzi, il rifiuto può avere una potenza superiore a quella del dolore fisico: se quest’ultimo ci fa soffrire solo nel momento in cui lo proviamo, il misto di stupore, incredulità e paura di quando sentiamo messa in discussione la nostra appartenenza a un gruppo è altrettanto sferzante nel ricordo.

E allora, come affrontarlo?

Il rifiuto non è affar mio

Una strategia per affrontare il rifiuto è quella di ricordarci di distinguere tra le cose che possiamo controllare e quelle che sono al di fuori della nostra sfera di influenza.

Possiamo controllare cosa noi pensiamo e diciamo, come ci comportiamo. Non possiamo fare altrettanto per gli altri.

Così, quando lasciamo che un rifiuto metta in discussione la nostra autostima, dando per scontato di aver sbagliato qualcosa, o di essere noi stessi in qualche modo difettosi, ci attribuiamo una responsabilità che non ci appartiene. Gli altri scelgono la visione che hanno di noi, e questa percezione ha ben poco a che fare con il nostro valore, e moltissimo con la loro interpretazione.

Grazie per il tuo no

A volte un rifiuto si rivela la cosa migliore che ci potesse capitare. Le cose che non vanno come avevamo immaginato sul momento ci sembrano una catastrofe, ma a volte rivelano una strada che non avremmo mai preso se non fossimo stati costretti.

Non so se da quando lavoro come freelance ho ricevuto più “no” o se li noto più di prima, perché li vivo come un rifiuto a me mentre in azienda erano semplicemente una battuta di arresto al progetto a cui ero assegnata, o conseguenza di strategie che stavano molto al di sopra e molto al di fuori delle mie scelte.

I rifiuti sono arrivati, e continueranno ad arrivare.

Persone che richiedono una sessione zero più per fare una chiacchierata che per verificare se il coaching può essere uno strumento funzionale ai loro obiettivi; aziende che spariscono, rimandano, cambiano idea.

Non sono immune alla delusione da rifiuto, ma più vado avanti più mi rendo conto che, anche se non sono io a scegliere, ogni no è un bivio che dà una spinta ai passi successivi, che a volte questi “calci nel xxx” ben assestati mi mostrano direzioni che nemmeno avrei immaginato.

Sheri Salata, per vent’anni producer per Oprah Winfrey, nel suo ultimo libro li chiama i beautiful no.

Ma cosa ne sa di rifiuto una che ha fatto parte circolo ristretto di uno dei personaggi più influenti degli Stati Uniti? Una che ha incontrato personaggi carismatici, contribuito a realizzare milioni di ascolti, vissuto una vita agiata e senza preoccupazioni economiche?

Sheri racconta che, come accade quasi sempre, il percorso per arrivare in quella posizione non è stato lineare né senza battute d’arresto. Racconta i no ricevuti quando è rimasta disoccupata ed è dovuta tornare a vivere con i suoi, o quando ha cercato di cambiare carriera e si è vista chiudere le porte in faccia.

I no chiudono una strada, ma quale ci stanno invece aprendo?

Ogni rifiuto diventa bellissimo se quando lo riceviamo impariamo a non fermarci alla naturale delusione, ma ci interroghiamo sul senso su più profondo, su quello che ci può indicare.

Infatti la storia di Sheri cambia, e per quegli incroci che sembrano cadere dall’alto si trova, appunto, a lavorare con Oprah.

Sembra un immenso “”, ma in fondo anche questo racchiude tanti “no”.

No a fermarsi, no a prendersi cura di se stessa, no a chiedersi se il nostro valore possa essere sempre e solo misurato da quanto la nostra agenda è piena.

La prospettiva del rifiuto

Perché se gli altri scelgono cosa pensare di noi, anche noi scegliamo ogni giorno cosa pensare di (e come parlare a) noi stessi. Quando riceviamo un no iniziamo a elaborare una storia che lo possa spiegare, che dia una giustificazione a questo rifiuto.

Ci diciamo che non siamo abbastanza bravi? Abbastanza belli? Abbastanza intelligenti, simpatici, preparati? Ci diciamo che non siamo abbastanza?

La storia che raccontiamo a noi stessi fa tutta la differenza tra mantenerci curiosi e sentirci inadeguati.

Non è colpevole, questa narrazione. Siamo programmati per cercare di dare un senso alle cose che accadono. Ma possiamo guardarla con senso critico, metterla in discussione. Da cosa cerca di proteggerci, quale paura vuole mitigare? 

Quali sono le conseguenze di credere alla storia che abbiamo confezionato per noi stessi?

I più belli diventano i no che siamo noi a scegliere, che distinguono tra quello che è importante e quello che siamo pronti a lasciar andare. Compresa una carriera e uno stipendio a parecchi zeri, come ha fatto Sheri. Fregandocene di quello che ne potranno pensare gli altri.

Le cose raramente sono facili, ma a volte potremmo lasciare che siano semplici.

Perché quando parliamo di coraggio, in fondo, forse parliamo solo di questo. Di provare, mostrarci, dar voce alle domande che ci fanno paura.

Prendere la nostra pedata, e scoprire cosa possiamo imparare da un “bellissimo no”.

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