Fenomenologia della Solitudine

Quando salta fuori che sto per partire con il mio zaino e senza accompagnatori, la seconda domanda che mi viene fatta è “Ma come fai a stare tutto quel tempo da sola?”

In realtà, non va proprio così.
Certo, quando viaggi in solitaria, hai sempre l’opzione di chiuderti in te stesso e osservare il mondo dalla tua bolla. Ma puoi decidere invece di mettere a frutto il naturale istinto che ci rende creature sociali. Sembra incredibile, ma persino io in queste circostanze mostro di averlo.

Ci si incontra con gli altri viaggiatori. Ci riconosciamo, i bagagli, lo sguardo a caccia di riferimenti. Se ci dirigiamo in direzioni opposte ci scambiamo consigli sulle cose da fare o suggerimenti per evitare agli altri di fare i nostri stessi errori. Se la direzione invece è la stessa, diventa spesso naturale fare un tratto di strada insieme.

È così che ho conosciuto Giulia e Sebastian.

Lei italiana e lui argentino, da un mese in giro per il Paese con tre figli dai due agli otto anni. Sullo stesso autobus, ci siamo ritrovati insieme a guardare a bocca aperta il paesaggio che si snodava davanti a noi, nebbioso e quasi alpino fino a Tafi del Valle, deserto di cactus appena oltre il valico. È diventata una piccola storia di alleanza sulla strada, tra un pomeriggio alla scoperta delle rocce rosse della Quebrada de las Conchas e una parrilla decisamente autoctona per salutarsi prima di proseguire ciascuno il proprio viaggio.

Ed è così che ho incontrato Albane e Charly.

Circa trentenni parigini, un paio di anni fa hanno deciso di prepararsi a realizzare la loro avventura. Ad agosto hanno mollato il lavoro, lasciato la casa, salutato famiglia e amici. Siamo scesi da due autobus differenti, ma sapevamo che per tutti la direzione era la Bolivia.

Così abbiamo camminato insieme verso il ponte che segna la frontiera, abbiamo mangiato in un baracchino aspettando l’autobus verso Tupiza, ci siamo salutati per ritrovarci casualmente a cena nello stesso locale. In un mix di spagnolo e francese e inglese, che qui la grammatica non importa e anche le parole si possono inventare. Loro all’inizio di sette mesi sudamericani e con il progetto di farne poi altrettanti in Asia, raccontandci a vicenda i nostri perché e chiedendoci cosa scopriremo, del mondo, di noi stessi, dei nostri sogni, con il passare delle settimane.

Ci sono poi gli incontri forzosi. Il viaggiatore indipendente che vuole partecipare a qualsiasi attività deve aggregarsi ad un gruppo. A volte va bene, a volte meno. Con il passare del tempo mi sono resa conto che essere malleabili è la migliore strategia, in questi casi. Tanto c’è poco da fare, se il gruppo è quello rischi solo di rovinarti la giornata.

Così per visitare la remota area del sud ovest della Bolivia, tra il Salar di Uyuni e il confine con il Cile, mi sono ritrovata in una jeep con due olandesi in gap year e un canadese che ha messo a dura prova tutti i miei buoni propositi, non essendo dotato del minimo indispensabile in termini di educazione. Ma qui i giorni erano quattro e il paesaggio incantevole.

Ottimi motivi per scivolare sopra l’irritazione, concentrandosi sulla fortuna di avere invece altri sei compagni di (dis)avventura: Charlotte la viaggiatrice che col suo carattere trascina anche il fidanzato Nicolas, Emily dal sorriso dolce che ha lasciato lo stressante lavoro nella valutazione delle richieste di asilo ed è partita con il compagno alla scoperta del mondo, i due olandesi che volevano partire in shorts, probabilmente ricordando solo la parola deserto e dimenticando la parte sopra i tremila metri.

Alla fine, anche partendo senza accompagnatori, la verità è che si resta soli unicamente se lo si sceglie.

Se non si lascia spazio alla serendipity dell’incontrare. Perché questo verbo rimanda proprio all’accadere. Alla casualità che ci mette del suo. Basta riconoscere l’occasione.

E spesso sono quelli i ricordi che restano.

Salta, percorro calle Bartolomé Mitre. Sono lì solo perché è una delle strade che porta all’ostello, non mi aspettavo tutti questi palazzi che mi fanno camminare con gli occhi in alto, persi tra balconi e fregi. Mi fermo per una foto, rubandola attraverso una porta aperta. Si avvicina un signore sulla settantina, gli faccio segno di passare pure, mi risponde che deve entrare.

Finisce che mi ritrovo seduta nella sala che stavo sbirciando, a bere un caffè con Jorge.

Che mi spiega che si tratta di un club privato, la Peña Española, dove durante l’ora della siesta si riuniscono commercianti e altri soci che anziché andare a casa per la pausa preferiscono fermarsi qui per giocare a carte, chiacchierare, rilassarsi prima del pomeriggio di lavoro.
Lui ha tempo e voglia di raccontare. Degli antenati siciliani, di questa città in cui è nato e cresciuto, delle persone che la abitano. Anche io ho tempo e posso ascoltare. Forse in realtà si riduce tutto a questo, alla semplicità di non lasciarci costantemente trascinare in un ritmo che non siamo noi ad aver definito. È poco più di una manciata di minuti, gli chiedo se posso fargli una foto e poi ritorno nel sole battente di questo pomeriggio.

Qualche giorno dopo, salendo verso nord, l’autobus che avanza lentamente sui tratti più ripidi, la strada che si inoltra nella vallata. Il mio posto è occupato, per altro da un tizio che per stazza sembra un rugbista e che dorme beato, protetto dal mondo esterno da un paio di vistose cuffie. Esito, finora sono tutti stati precisi sull’assegnazione delle posizioni. Il compagno di sedile del rugbista mi fa segno semplicemente di piazzarmi in un posto libero. Vedo che ce n’è uno tra quelli in prima fila, davanti al vetro panoramico. Di fianco a me si siede un signore anziano. Non so chi dei due inizia a parlare.

Passo le ore che ci separano da La Quiaca chiacchierando con Cornelio Cruz.

Che mi fa osservare la zona delle formazioni rocciose degli Ocho Hermanos, mi racconta di aver lavorato nell’industria della canna da zucchero e poi in quella mineraria, mi indica branchi di vicuñas selvatiche e mi consiglia di assaggiare il lama. Ma le costolette, che sono la parte migliore.

C’è una bella differenza tra viaggiare soli ed essere soli.

E proprio per questo – no, quando viaggio da sola non ho paura. Lo dico subito, così mi risparmio la prima domanda.

2 risposte a “Fenomenologia della Solitudine”

  1. Cosa sto facendo, leggo, un libro, appassionante, vibrante, ogni parola ti chiede: pensa, elabora, sogna – pieno di soprese, di attese.
    Aspetti la prossima, storia, conversazione, visione attraverso i suoi occhi ed alla fine se chiudi i tuoi ti ritrovi vicino, ad ascoltare voci, storie, e respiri profumi, e visualizzi panorami lontani
    Un viaggio meraviglioso

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