La misura di una (buona) scelta

Nel groviglio di sensazioni di queste giornate, tra paura e solitudine, disorientamento e scelte da fare, preoccupazione e fatica, mi sono resa conto che ce n’è una che fa capolino nella mia testa più spesso di quanto vorrei. Il senso di colpa.

Mi guardo attorno e sembra che tutti siano molto indaffarati. Saranno anche chiusi in casa, ma questo non li trattiene dal seguire corsi, pianificare eventi, immaginare progetti nuovi.

Io invece mi sento ferma, e perciò mi sento in colpa.

Il senso di colpa è una sensazione con cui, anche in circostanze più ordinarie, molti di noi hanno una certa dimestichezza. Ci sentiamo in colpa per le scelte che abbiamo fatto e per quelle che non abbiamo fatto, per le volte che abbiamo mollato troppo presto e per quelle in cui invece abbiamo trascinato una situazione che non funzionava perché non trovavamo il coraggio di mollare il colpo

Non mi stupisco, quindi, di sentirmi così adesso. Soprattutto se ammetto che, e non solo adesso, il problema non è tanto scegliere. Il problema è il bisogno di controllo.

Su quello che, in realtà, non possiamo controllare.

“Non confondete mai la qualità di una decisione con la qualità del risultato – sono due cose molto differenti. L’unica cosa che potete controllare è la qualità della vostra ricerca preliminare, e quindi della decisione che ne deriva”

Per riflettere su come individuare un metodo (o almeno degli spunti) per fare la scelta giusta, parto da questa affermazione di Ron Howard, professore di ingegneria gestionale e uno dei padri dell’analisi decisionale, ancora oggi Direttore del Centro di Decisione ed Etica di Stanford. Da più di cinquant’anni Howard sviluppa studi per comprendere i meccanismi che applichiamo nelle scelte che prendiamo in situazioni di incertezza, quando i livelli di stress sono particolarmente elevati e la nostra parte logica fatica a individuare i suoi riferimenti.

Quando perdiamo di vista la nostra bussola, mettiamo in dubbio persino i nostri valori, vediamo vacillare le convinzioni più profonde.

Di fronte a una decisione importante, difficilmente siamo in grado di mantenerci razionali e oggettivi, e ancor più raramente possiamo pesare pro e contro avendo a disposizione tutti gli elementi e tutto il tempo che servirebbero per una valutazione completa e ben ponderata.

Da un lato perché dover decidere ci mette intrinsecamente sotto pressione.  Dall’altro perché il contesto in cui viviamo offre sempre meno riferimenti certi, che siano prescrizioni morali o traiettorie per quello che verrà. 

Siamo in un’accelerazione che apre infinite possibilità. O che ci ferma senza preavviso, distanziandoci da quello (e da chi) davamo per scontato.

Siamo in un sistema caordico, una fusione tra ordine e disordine, tra caos e chiarezza.

Lo definì così per primo, nei primi anni ’90, Dee Hock, fondatore dei servizi finanziari VISA che aveva scelto per la propria azienda un’allora inconsueta organizzazione decentralizzata, fiducioso che si sarebbe dimostrata un sistema adattivo, che avrebbe trovato il modo di auto-organizzazare la propria complessità.

Un equilibrio dinamico che oscilla tra conosciuto e ignoto, adattandosi ai cambiamenti e agli imprevisti.

Una visione che si adatta alle organizzazioni e a chi le guida, così come alle nostre scelte quotidiane: invitandoci a cercare di mantenere una visione complessiva, in cui le scelte sono determinate da come vogliamo (e possiamo agire) su noi stessi e sul contesto, su chi ha autorità su di noi e chi invece si riferisce alla nostra autorità.

Su ciò che possiamo controllare, e ciò che invece dobbiamo accettare.

Ma quindi, come migliorare la qualità delle nostre scelte?

Imparando a utilizzare in modo efficiente entrambi i sistemi del nostro cervello, quello intuitivo e quello logico. Quelli che il premio Nobel Daniel Kahneman, psicologo ed economista, ci aiuta a comprendere spiegando i meccanismi che definisce Pensiero Lento e Pensiero Veloce.

Da un lato l’intuizione, il pensiero veloce, meccanismo innato con cui acquisiamo informazioni sul mondo. Quella scelta di pancia che è tutt’altro che magia, che non è né un sistema a cui affidarci ciecamente né, all’opposto, da liquidare con scetticismo acritico, bensì uno strumento che ci aiuta a evitare le perdite di tempo, focalizzando l’attenzione su quello che appare più funzionale, così da aiutarci via via a costruire dei modelli di riferimento che diventano con la pratica sempre più rapidi e automatici. 

Dall’altra interviene il pensiero lento, quello che mette in discussione, che ci costa più fatica e impegno ma che non si accontenta di cogliere uno stimolo, quello che vuole contestualizzare, interpretare, inserire in una storia più ampia.

Il pensiero veloce che ci permette di reagire subito, e sul breve termine ci permette in modo per lo più appropriato di gestire le difficoltà. Il pensiero lento che interviene quando l’intuizione si convince troppo delle sue convinzioni. Quando è necessario prendere i nostri modelli di riferimento e valutarli con occhio critico, per capire se sono applicabili anche al di fuori delle circostanze da cui sono nati, se hanno senso nel contesto in cui ci troviamo oggi, o se ci àncorano a preconcetti che ci appesantiscono senza motivo.

E alla fine, o forse all’inizio, chiederci soprattutto cosa significa – oggi più che mai – fare la scelta migliore.

Considerando che Kierkegaard riteneva l’angoscia una reazione appropriata, quasi inevitabile, all’accorgersi che la vita non segue un ordine prestabilito. Che abbiamo l’assoluta libertà di fare qualsiasi scelta vogliamo – e la totale responsabilità di quanto ne risulta.

Ogni scelta allora forse è giusta, se ciò che conta è la scelta, non il suo risultato.

E la paura che sentiamo è forse il segno di una vita vissuta con autenticità.

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