Ho visto il futuro (e andrà tutto bene)

Villa Pisani Stra

Quando devo scegliere, non ho mezze misure.

Se la questione è importante, spesso mi trascino all’infinito nel dubbio, come se soppesare e sezionare allo sfinimento ogni dettaglio mi permettesse prima o poi di scoprire qualcosa che mi era sfuggito.

D’altra parte una volta che la decisione è presa, chiudo gli occhi e salto. Niente tentativi, niente ripensamenti. Le parole sono importanti e quando arrivo a dire no, oppure sì, volto pagina e non mi chiedo più cosa sarebbe stato.

Vi siete mai chiesti perché il percorso che ci porta a scegliere è così complicato?

A quanto pare è colpa di quella che Dan Gilbert definisce la psicologia del nostro “sé futuro”, cioè l’idealistica convinzione che, in qualche modo, arriverà un momento in cui “diventeremo quello che siamo”.

Ma siamo proprio certi che questo nostro perfetto e solido “sé futuro” esista?

Ogni fase della vita comporta una sua velocità e capacità di cambiamento, ed è naturale che le fasi dell’infanzia e dell’adolescenza siano quelle in cui percepiamo un’evoluzione più rapida, data dalla crescita fisiologica e dalla possibilità di vivere per la prima volta una serie di esperienze. E questo ritmo rallenta una volta che entriamo nell’età adulta, quando cerchiamo un consolidamento e una stabilità.

Ma se pensiamo di essere fermi, se crediamo di essere arrivati, ci stiamo illudendo.

La nostra storia non è finita perché abbiamo un lavoro, un mutuo, delle responsabilità. Non siamo né tanto meno rimarremo tutta la vita la persona che abbiamo sempre pensato di diventare.

Perché quella persona non esiste.

Gli esseri umani sono dei “lavori in corso” che erroneamente pensano di essere “lavori terminati”. 

Gilbert ha studiato il fenomeno incrociando dati relativi a come le persone si immaginano tra dieci anni e di come ricordano se stessi dieci anni prima. Tendiamo a sottovalutare il cambiamento che ci aspetta, perché facciamo più fatica ad immaginarlo, mentre siamo ben consapevoli di quanto siamo cambiati fino ad ora, perché è più facile analizzare il percorso fatto.

Scegliere ci fa sentire di fronte ad un labirinto. Lo guardiamo e vediamo un dedalo di possibilità che ci confondono, temiamo di prendere la strada sbagliata e di vagare senza una meta nell’incertezza.

Eppure il labirinto non è costruito per perdersi, bensì per trovarsi.

Forse non al primo tentativo, forse prima ci troveremo di fronte ad un fondo chiuso e saremo costretti a tornare indietro. Dovremo mantenere la calma ed esercitare intuito e pazienza. Ma la strada per arrivare fino al centro esiste, è stata tracciata per noi.

E se ancora non ci sentiamo pronti ad entrare nel nostro labirinto personale, dobbiamo essere capaci di accogliere anche questo spazio di sospensione che il poeta David Whyte, nel suo bellissimo libro La negazione è uno stato transizionale che ogni essere umano occupa prima di poter accedere al successivo e più ampio contesto (…) Può essere una prigione se ci viviamo in modo troppo stabile e inamovibile, ma è anche una soglia necessaria e costituisce le fondamenta di compassione per coloro che sono incapaci di fare il successivo, coraggioso passo.

In questo momento, ciascuno di noi è una persona di passaggio, effimera e soggetta al cambiamento, esattamente come lo eravamo a vent’anni, o a dieci. E come allora abbiamo paura, di questo futuro non ancora scritto.

Quando di fronte ad una decisione ci sentiamo bloccati, possiamo scegliere.

Se siamo abituati a resistere, potremmo cadere nel senso di colpa che sentiamo per l’incapacità di agire in modo deciso e lucido, cercheremo di costringerci a passare oltre e ignorare il nostro bisogno.

Se siamo abituati a non sentirci abbastanza, probabilmente vedremo che la nostra profezia negativa si avvera, in realtà proprio a causa del nostro stare fermi lasciando che le cose accadano, che gli eventi scelgano al nostro posto.

C’è anche una terza strada. Osservare la nostra negazione con curiosità, chiederci da dove nasce, da cosa cerca di difenderci. Comprendere che ci mostra quello che conta davvero per noi, accettare questo tempo di transizione.

Per onorare lo spazio tra “non più” e “non ancora”.

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