L’etichetta che mi sono appiccicata addosso

Quando me lo chiedono, la risposta dipende dall’umore della giornata.

Poi mi devi spiegare bene cosa fai”.

Se la interpreto come una domanda di circostanza, dico che faccio la consulente, figura allo stesso tempo abbastanza nebulosa da comprendere una varietà di sfaccettature e sufficientemente nota da risultare una definizione “socialmente accettabile.

Se ci leggo invece un reale interesse a districarsi tra le mille attività che faccio e (in parte) condivido all’esterno, spesso finisco a raccontarmi come se fossi un’azienda, con le sue linee di business differenziate a seconda del servizio e dell’interlocutore.

A volte vorrei rispondere che sono una viaggiatrice, una collezionista di storie, una ricercatrice di sfumature nelle parole, una donna con gli occhi stupiti da bambina.

Non so se, come diceva Walt Whitman “contengo moltitudini”, ma spesso mi pare che la situazione dentro alla mia testa sia piuttosto affollata.

L’ insofferenza a definirmi con un’etichetta univoca era arrivata al culmine nel momento in cui ho messo a fuoco che stavo vivendo la mia vita con il pilota automatico, dando per scontato che la direzione in cui mi stavo muovendo fosse quella giusta, convincendomi che fosse sufficiente proseguire con impegno perché tutto andasse bene.

La verità è che avevo voglia di fare (anche) cose che con quella direzione non c’entravano niente.

Da dentro” – nelle abitudini, nella routine, nella solidità apparente di una vita normalesembrava una follia lasciare ogni riferimento per costruirne di nuovi.

“Da fuori” – una volta fatto quel salto che sembrava così impossibile, mentre invece non lo era per niente – ho pensato che è ancora più strano non mettere nemmeno in discussione scelte che abbiamo fatto dieci, venti o più anni fa, per verificare siano ancora valide.

Nel mio caso, l’etichetta che mi definiva, che mi definisce, è essenzialmente quella del lavoro.

Me la sono appiccicata addosso da sola, sia ben chiaro. Mi dichiaro colpevole su tutta la linea. Il lavoro è quello che mi riesce facile, in cui mi sento brava, per cui non ho paura di fallire.

Per fortuna ho sempre avuto ben chiaro che ci sono un sacco di altre cose che mi piacciono.

Cose a cui non ho nessuna intenzione di rinunciare perché non riesco a trovare il tempo, lo spazio, l’energia per dedicarmici. Non mi basta raccontarmi come un frammento di quella che sono, e non sono neppure disposta ad attenuare più di tanto gli spigoli, per rendere più semplice incasellarmi secondo parametri immediatamente riconoscibili.

Quando diciamo “è troppo tardi per”, lo facciamo pensando che tra le nostre passioni e la necessità di tenere i piedi per terra ci sia un rapporto mutualmente esclusivo.

A quarant’anni non si può decidere di mollare tutto e ripartire da zero. O forse sì?

Di certo non è semplice. Ci sono obblighi, ci sono conseguenze. C’è un prezzo che si deve essere disposti a pagare.

Ma chi ha detto che, per avere importanza e darci soddisfazione, la nostra passione debba diventare la nostra unica professione? 

Mi convinco sempre più che parlare di bilanciamento tra lavoro e vita sia rischioso: perché sottintende che il lavoro non è vita, e perché nella società attuale le barriere (fisiche e tecnologiche) tra l’ufficio e tutto-il-resto sono così labili da sembrare spesso inesistenti. Si parla di slash careers, di affiancare due ruoli anche molto distanti tra loro, cercando la chiave di un equilibrio differente tra sogni e obblighi. 

E in effetti non avrebbe più senso immaginare di bilanciare la nostra soddisfazione, invece che il nostro tempo? 

Sono partita per il Sudamerica portando con me macchina fotografica e computer, per catturare immagini e parole, per dare voce alle storie che incontravo.

È il terzo anno consecutivo che tra gli obiettivi da realizzare il primo è – scrivere un libro per raccontare il mio viaggio.

E ho anche cominciato, ogni volta. Mi sono immersa nelle sensazioni di quelle settimane leggendo i miei quaderni, ho sfogliato le foto, ho messo mano agli appunti.

Ma c’era sempre qualcosa a mettersi di mezzo. L’email di un cliente, la presentazione da rivedere, la fattura da inviare. Ma anche la telefonata di un’amica che ha voglia di chiacchierare, il progetto per cui mi sono offerta di dare una mano, la lavatrice da far andare. Tutte cose legittime e da fare, ci mancherebbe altro.

Ma davvero erano tutte più urgenti, più importanti?

La mia gerarchia, un po’ dettata dal rigore e un po’ dalla paura, appare molto chiara. Prima il lavoro, poi le promesse fatte agli altri

Le promesse a me stessa finiscono in fondo alla lista.

Provo ancora una volta a immaginare questo 2020 come composizione delle mie sfaccettature, in cui il tempo sia sempre più funzione di ciò che voglio, e non solo di ciò che devo.

Perché se devo attaccarmi addosso un’etichetta, posso solo immaginarla come quelle un po’ sbiadite sulla valigia di un esploratore.

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