WonderLaura DNF

..e altre favole della buonanotte

A quanto pare il giorno in cui hanno distribuito la capacità di arrendersi io ero assente. Il che, detto così, potrebbe anche sembrare una bella cosa. E lo è, finché non arrendersi significa avere la giusta dose di testardaggine, la capacità di difendere ciò di cui si è convinti, la voglia di provarci ancora una volta. Dopo aver preso in considerazione i rischi e i vantaggi e aver deciso che questi ultimi sono un motivo sufficiente ad affrontare i primi.

Quando vado verso un obiettivo, invece, a me spesso il passaggio razionale manca totalmente. Semplicemente, l’opzione mollare il colpo non viene nemmeno contemplata. Si tratta di una questione di principio. Resistere, resistere, resistere.

Fino a ieri.

Credevo.

Mattinata calda dopo una settimana torrida, l’estate tanto attesa sembra essere arrivata comprimendo in queste prime giornate tutti i raggi di sole che aveva negato da inizio giugno. Mi metto in macchina alle sei, segna già 24 gradi. L’ideale per la gara più tosta della stagione.

La partenza è alle otto, partiamo carichi con il gruppo OltrepoTrail quasi al completo, ma li perdo ben presto di vista. I primi km sono una sofferenza, non riesco a capire se veramente le salite sono così dure o se sono io che mi sono lasciata prendere dal malumore e sto quindi vedendo tutto peggio di quanto sia realmente. Per fortuna poi inizia qualche passaggio che si inoltra nei sentieri, l’ombra e un tracciato più ondulato mi cambiano almeno la testa, mi sento più positiva, ma il succo non cambia.

Fa troppo caldo, tutti questi km non li ho nelle gambe in piano, figuriamoci su un tracciato con questo dislivello. E inizio a pensarci seriamente – e se mi ritirassi al passaggio del primo giro?

DNF – Did not Finish

Inizio ad immaginarlo scritto in classifica di fianco al mio nome. Mi sento tranquilla. DNF – che male c’è? Non sono una runner da competizione, se dovessi guardare le mie prestazioni a confronto non solo di chi lo fa in maniera professionale ma anche di chi compete solo come amatore, mi sarei dovuta ritirare da tempo e del tutto, altro che non finire una gara.

Più lo penso, più mi sembra una buona idea. E non parlo di ritirarsi sperando segretamente che anche altri abbiano avuto la stessa idea. No, no – fermarsi perché è la cosa giusta, fermarsi perché ci saranno altre gare, fermarsi perché l’imperativo categorico è tutto nella mia testa. Ne sono davvero convinta, anzi mi sento anche piuttosto fiera di me stessa che sto mostrando tutta questa maturità. Affrontare l’idea che a volte si possa anche fare un passo indietro senza per questo sentirsi sbagliata. Debole, senza coraggio, non abbastanza. Scegliete voi.

Sono le undici passate, sto correndo da tre ore, sono a poco più di metà percorso. Arrivo al passaggio in paese, si passa sotto il gonfiabile del traguardo, i volontari mi danno una bottiglia d’acqua per reidratarmi, me ne versano altrettanta in testa per rinfrescarmi, sono lì per me, mi incitano

…e tutti i miei bei ragionamenti vanno a farsi friggere.

Proseguo, raccontandomi che mi fermerò magari passata la curva, quando non potranno vedermi. Ma poi, che vuol dire? Non ho il coraggio di ammettere in pubblico che mi ritiro e poi voglio farlo di nascosto? Vado avanti, maledicendo ogni passo di quella maledetta salita sotto il sole a picco. Un altro ristoro, mi fermo per un po’, mi siedo, bevo ancora. Se torno verso il paese, cinque chilometri. Se proseguo, altri 12.

Ma è inutile raccontarmela, nemmeno oggi sono pronta ad imparare questa lezione.

 

Supero il 25esimo km e mantengo il mio passo costante. Nella lentezza la mia dote è quella di essere regolare, di mettermi in assetto caterpillar e andare semplicemente avanti fino alla fine. Non penso, metto solo un passo davanti all’altro. Ma poi, a volte va anche meglio.

Incrocio Christian che sta correndo con Giuseppe. La comunità di trail running è fatta di gente tranquilla, che si sente subito in sintonia con altri che, come lui, hanno deciso che ci si può divertire facendo una gran fatica. Poco alla volta sincronizziamo il passo, chi allunga leggermente in salita, chi in discesa. Ma ci sosteniamo e facciamo compagnia per la decina di km restante. Io, come mio solito, per non pensare allo sforzo mi ritrovo a chiacchierare. Di viaggi, di corsa, di tutto e di niente. Non ci sono esitazioni nel rallentare se uno dei tre ha un crampo o quando sembra aver finito del tutto la benzina.

Ormai siamo una squadra, arriviamo tenendoci per mano, siamo forse terzultimi ma sorridiamo come se avessimo vinto il primo premio.

Lo so, prima o poi dovrò imparare a dire «Va bene così»

Ma sono felice non sia stato ieri.

 

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