Manuale di istruzioni del futuro

Non so se sia vero che non esistono più i manuali di istruzioni, in ogni caso io ero tra quelli che non li leggevano nemmeno prima.

Ci sono circostanze però in cui avere un manuale di istruzioni ci piacerebbe molto. Una chiara sequenza di azioni da seguire per avere la garanzia del risultato finale.

Si potrebbe chiamare l’approccio IKEA alla vita: partire da quello che sembra un insieme indifferenziato, seguire i passi indicati e scoprire, con una certa sorpresa, che il risultato finale è quanto meno simile all’oggetto rappresentato in copertina

Nella vita le cose sono un po’ più complicate.

E non è solo una questione di ritrovarsi con un comodino dalle gambe storte (ogni riferimento personale e fotografico non è assolutamente casuale). Quel che è certo è che, se si ha la pazienza di capire come suddividerlo in attività più semplici, anche un risultato che ci appare distante e complesso può diventare raggiungibile.

Nessun metodo ci può dare la certezza che raggiungeremo lo scopo, ma il vantaggio di seguire un processo è quello di avere un sistema di riferimento. Il che è particolarmente utile quando siamo in situazioni di incertezza, o quando abbiamo una battuta d’arresto e perdiamo fiducia e motivazione.

Che vantaggi ha la definizione di un metodo?

Prima di tutto, suddividere un obiettivo in attività minime ci permette di analizzarle una a una. E questo ci permette di individuare i punti che ci possono mettere in difficoltà, studiare quello che non sappiamo o chiedere a qualcuno di darci una mano.

Ci sentiremo meno sopraffatti dall’impegno richiesto dall’intero percorso per raggiungere il risultato, perché avremo la possibilità di distribuire lo sforzo in momenti differenti.

Avremo una visione più chiara del tempo necessario per andare “da qui” “a là”, e quindi non ci scontreremo con la frustrazione di un’attesa più lunga del previsto.

Acquisteremo fiducia in noi stessi, imparando a riconoscere e celebrare ogni passo fatto, ogni traguardo intermedio raggiunto.

Il metodo non è garanzia di successo, ma se abbiamo la pazienza e la costanza di seguirlo le probabilità aumenteranno a nostro favore.

E se anche alla fine non dovessimo arrivare esattamente alla meta che ci eravamo prefissati, probabilmente ci saremo più vicini. Certo, più che se fossimo stati fermi, o se ci fossimo mossi senza avere ben chiaro in testa prima il perché e poi il come.

Tra l’altro a volte non arrivare all’obiettivo iniziale può anche essere un vantaggio.

A volte capita che nel percorso emergano scoperte inattese. Quando segui un metodo, e quindi hai una traccia che ti solleva dal tenere costantemente monitorate tutte le variabili, puoi permetterti ogni tanto di guardarti anche attorno, persino di distrarti, quel tanto che basta a vedere opportunità diverse.

Siamo abituati a pensare che i grandi avvenimenti della nostra vita siano qualcosa che “accade”, tutt’al più qualcosa che comporta la capacità di cogliere la giusta occasione quando ci passa davanti. E in parte è vero: se l’opportunità arriva e noi ci giriamo dall’altra lato resteremo dove siamo, non è una sorpresa.

È altrettanto vero che le occasioni succedono, ma si possono anche andare a cercare. 

Questo vale in qualsiasi ambito vogliamo apportare un cambiamento e, contrariamente a quanto possiamo pensare, vale se abbiamo quarant’anni, o cinquanta, forse ancor più che se ne abbiamo venti.

Che piano abbiamo a medio termine, quali sono i passaggi necessari a realizzarlo? 

Se quando mi occupavo di selezione non chiedevo mai “Come ti vedi tra cinque anni?, consapevole che io per prima non avrei saputo da dove iniziare per dare una risposta, da quando ho incontrato il life design questa domanda me la faccio a intervalli regolari, e la faccio ai miei clienti per attivare una delle fasi più interessanti (per me) e rivoluzionarie (per loro) del cambiamento.

A volte la risposta mi spiazza più del solito. Come quando, qualche mese fa, una cliente provando a proiettarsi di qui a cinque anni, mi aveva detto con un tono che non avevo subito identificato

Tra cinque anni? Ho scoperto che sarò vecchia”.

Vecchio.

Non ce lo diciamo, non ci pensiamo neppure, probabilmente è una parola tabù più di tante altre che abbiamo escluso nel nome del politically correct. Certo, ognuno mette l’asticella della giovinezza dove vuole, e la società ci lusinga a spostarla sempre più distante dal punto in cui ci troviamo. Già da anni prendo bonariamente in giro mia madre, le cui amiche sono sempre ragazze. Ma, alla fine, non sono poi tanto diversa.

Mi sento sempre dieci anni di meno, sono sempre convinta di avere dieci anni di meno. E se ho ammorbidito sia la paura che sia “troppo tardi per provare sia la fretta di dover realizzare subito quello che ancora non ho fatto, è anche perché ho preso l’abitudine di ripetere ciclicamente questo esercizio di immaginarmi tra uno, tre, cinque anni

Per riconoscere e celebrare i risultati raggiunti e le cose che ho imparato, per integrare nuovi bisogni e mettere nuovi paletti, per chiudere porte vecchie e aprirne di nuove.

È proprio vero che a un certo punto della vita non abbiamo più tempo da perdere – con persone, progetti, atteggiamenti che abbiamo mandato già come rospi, ma che finalmente abbiamo il coraggio di dire non ci stanno più bene.

Non abbiamo mai avuto tempo da perdere, in realtà, e accorgersene dovrebbe essere un “finalmente“.

Così, lo so che il manuale per creare il futuro non esiste.

Ma quasi quasi scriverne uno tutto per noi non è del tutto un’idea campata per aria. 

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