Si imparano un sacco di cose, avendo la pazienza di farlo (Baricco)

Coltivare pazienza crescere olivi toscana

Un tempo si diceva che la pazienza è la virtù dei forti.

E non a caso l’etimologia di questa parola si collega non solo all’aspetto temporale dell’attesa, ma anche alla capacità di sopportare senza reagire, rassegnarsi, contenere la propria irritazione. Di patire.

Forse per questo oggi la pazienza è fuori moda. Perché in un mondo sempre più accelerato, in cui ogni domanda deve ottenere una risposta in tempo reale,  mettere un cuscinetto tra noi e il nostro desiderio ci sembra una richiesta incomprensibile, ma soprattutto una perdita di tempo.

Chiusi nella quotidianità di città costruite a misura del nostro intelletto, e non del nostro corpo, ci dimentichiamo che la pazienza fa parte della vita.

La pazienza è potere: con il tempo e la pazienza, ogni foglia di gelso diventa seta. (Confucio)

La pazienza è distinguere in quale fase ci troviamo.

I nostri progetti, le nostre attività, noi per primi siamo soggetti alla ciclicità naturale rappresentata dalle stagioni, dalle piante. La pazienza è sapere quando un’idea ha bisogno di restare al buio, protetta come un seme che deve ancora germogliare. La pazienza è seguire la piantina nella crescita, nutrirla e lasciare che si appoggi ad un sostegno più solido, proteggerne le foglie verde tenero dai temporali, o alla luce del sole quando è troppo intenso.

La pazienza è costruire.

L’attesa non è passiva,  bensì uno spazio da utilizzare per essere pronti, per riconoscere quello che sappiamo e imparare quello che ancora non sappiamo. Non è rimandare all’infinito perché abbiamo paura, quella si chiama procrastinazione e non pazienza, e le parole sono importanti, soprattutto quando descrivono quello che sentiamo. È aspettare il momento giusto, non cogliere il frutto finché non è giunto a maturazione, avere fiducia che le foglie che cadono spunteranno di nuovo in primavera (che a volte arriva anche quando meno ce l’aspettiamo) .

La pazienza è cambiamento.

Non a caso Peter Senge, nei suoi studi sullo sviluppo organizzativo, l’apprendimento e la sostenibilità, la indica come una caratteristica fondamentale per costruire un’organizzazione che favorisca l’evoluzione individuale e l’apprendimento collettivo. Senge auspica lo sviluppo di quella che definisce Personal Mastery, la capacità di partire dalla consapevolezza di sé per gestire i cambiamenti, in questo caso in ambito aziendale. Attuare comportamenti coerenti con i nostri valori e i nostri principi, che considerino il punto di vista dell’altro e quindi la necessità di condividere e armonizzare i nostri tempi con quelli di chi ci circonda.

La pazienza è prendere in mano la nostra vita.

Smettere di cercare soluzioni rapide, tecniche collaudate, strade alternative che risparmino tempo e fatica. Le scorciatoie non esistono, e quelle che esistono di solito portano poco lontano, o con conseguenze che dovremmo prendere in considerazione prima di avventurarci sulla strada più breve.

La pazienza è non accontentarsi di cambiare in superficie ma andare in profondità, guardarci allo specchio e decidere cosa vogliamo vedere, quanto siamo disposti a faticare, e iniziare a farlo.

La pazienza è accettare.

Che è una di quelle parole che non ho ancora imparato a pronunciare bene, proprio perché per troppo tempo l’ho vista come una resa, ed ero convinta che arrendersi fosse qualcosa di cui vergognarsi. Ancora una volta, mi sbagliavo. Sto scoprendo che molte cose che credevo indice di debolezza, sono invece segni di forza. Resistere è aggrapparsi anche quando le cose sono al di fuori del nostro controllo, ostinarci contro un muro che tanto non si sposterà, accanirci per un principio mal riposto, più che per un reale motivo.  Ci sono cose che non possiamo controllare, e sono quelle da accettare.

Perché la pazienza è fatta anche di imprevisti.

Alcuni possono diventare risate con gli amici o ricordi che ci fanno tenerezza visti da lontano. Di altri ne faremmo a meno, ma possiamo coltivare anche noi il nostro albero dei guai.

Qualche anno fa assunsi un carpentiere per restaurare una vecchia casa colonica. In una giornata molto difficile, una di quelle in cui niente sembra funzionare e anche il furgone lo aveva lasciato a piedi, lo avevo accompagnato fino a casa. Dopo aver viaggiato in un silenzio di tomba, mi invitò a entrare per conoscere la sua famiglia. Mentre si avvicinava alla porta di casa, si fermò per un attimo vicino a un piccolo albero e toccò le punte dei rami con entrambe le mani.

Poi apri la porta, e sembrava un uomo completamente diverso: abbracciò i figli, baciò la moglie e sorrise felice. Quando mi riaccompagnò alla macchina non riuscii a trattenere la curiosità “Cosa ha di speciale quell’albero? Un minuto prima di entrare in casa sembravi immerso nelle tue preoccupazioni e subito dopo eri un altro uomo“. “Oh, quello è il mio albero dei guai. Non posso evitare guai e preoccupazioni, ma non sta scritto che me lo debba portare a casa. Così prendo i miei guai e ogni sera li appendo all’albero prima di entrare in casa. Poi al mattino li riprendo, ma la cosa divertente è che ne trovo sempre meno di quelli che ricordo di aver appeso la sera prima. Ci deve essere qualche animale che se li porta via, ma non credo metterò delle trappole”

(grazie per la storia intercettata grazie a  EfficaceMente)

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